Tutti i nostri ieri

Tutti i nostri ieri

Una famiglia borghese: il ritratto di una madre e il libro di memorie d’un padre. Due genitori che delegano la vita, lasciandola nelle nude mani dei loro quattro figli, soli… soli con la piccola signora Maria, soli con la casa di fronte, soli con la guerra che sarà: ‹‹C’era una grande libertà nella casa. Ma era una libertà che metteva un po’ di spavento. Non c’era più nessuno a comandare››. Le storie di Ippolito, Concettina, Giustino e Anna cominciano quasi all’improvviso, a fluire libere, a insinuarsi, in balia della vita, un po’ dove capita. S’intrecciano con quelle di Giuma, di Emanuele, si specchiano nei cocci di quel che resta della vecchia idea di famiglia. La piccola Anna ci affida i suoi pensieri, i suoi occhi farciti di innocenza e, quindi, di stucchevole estraneità davanti alla reale crudezza della vita, della storia che, in un primo momento, resta fuori, fuori le porte della loro casa. I vecchi viaggi della signora Maria sono solo un’eco, così come le cartoline del lontano Cenzo Rena. Non c’è spazio per il mondo perché tutto il mondo è in quella casa, o nella campagna, fuori dal tempo, delle “Visciole” dove, ogni estate, si recano in vacanza. Ma il dolore irrompe comunque: il malessere del padre aumenta fino alla decisione di bruciare il suo libro di memorie e nelle fiamme della stufa si spegne anche lui stesso. Nel giorno della sua morte, la piccola Anna è spedita nella casa di fronte, tra mura estranee, in cui persino il cane e un tavolo da ping pong le fanno paura; vista dal di dentro, la casa di fronte non è la stessa. È sconosciuta. È il piccolo “signor” Giuma, alla fine, a regalarle un nuovo senso di familiarità. Sarà, quello, il primo di tanti pomeriggi passati loro due insieme, a sfogliare Il tesoro del fanciullo, a chiacchierare. Anna ascolta a lungo (e un po’ s’annoia) i racconti di Giuma. Finché, un bel giorno, irrompe la vita e, nel diventare grandi, cambia il loro legame: prima è più forte, e poi si scioglie. Eppure resta qualcosa, e qualcuno. E sarà Anna a portarne i segni per sempre: di Giuma, come di Ippolito su quella panchina, come di San Costanzo, di Cenzo Rena e della guerra…

Galleggia in superficie la ‹‹tematica resistenziale››, gli orrori della guerra: una macchia indelebile su un’umanità incapace, per paralitica inettitudine o per nebbiosa ignoranza, di ribellarsi davvero. Una giovane borghesia italiana dalle spalle molli e viscide e una folla di contadini (gli stessi nati dalla penna di Ignazio Silone) con un unico comune denominatore che, solo all’inizio, è un fantasma lontano, un eroe fiabesco chiuso nel suo castello: Cenzo Rena, il mentore, l’anti-dittatore, l’agnello sacrificale. Nelle occhiate smarrite e nei sussurri ingenui di Anna si sommano queste due porzioni d’umanità, per poi trovare un pizzico di pace nell’“anti-governo” di Cenzo Rena, questo gigante che si autodichiara cittadino del mondo. Un nome, una cantilena che ritorna spesso, quale ossessiva anafora, nelle maglie del testo, nei dialoghi assenti. Egli è, difatti, il reale tessitore della trama (o delle trame), l’eroe narciso che canta di sé: Cenzo Rena è una Penelope che cuce e scuce un tessuto le cui fibre faticano a restar cucite. È lo scrittore, il Mangiafuoco, che nel muovere le fila delle vite si affanna nel dar loro un senso: eppure, se le corde si spezzano e i burattini si acciaccano, quel che rimane è un’anarchica pantomima del reale. E, allora, resta quel “profondo” da dissotterrare: la scrittura. Essa, per la straordinaria Natalia Ginzburg, sembra essere non la medicina, ma il balsamo con cui ungere le ferite della vita, con cui profumarle, per imparare a conviverci, per sempre. Cenzo Rena è, allora, la figura esemplare, il libro che illumina. Tutti i nostri ieri diviene allora, nel profondo, l’epopea, più o meno gloriosa, del poeta, l’inno nascosto e disperato alla Letteratura. Tutti i nostri ieri sono tutti i nostri libri, i nostri lumi per la via, dove, ancor prima per lo scrittore, il senso di smarrimento si coniuga all’ondeggiare certo e mirato del calamo, al ticchettio delle tastiere. È la potenza di un Senso che è sacrificio e dedizione, la forza dell’Arte che, di nascosto, si specchia e si racconta. È il Valore che risorge, la nenia che culla le rinate Grandi Virtù, che sono anche le virtù della penna.



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