Tutto sarà perfetto

Tutto sarà perfetto

Andrea non immaginava che questo fastidioso fine settimana ad accudire il padre malato, ex capitano di marina, potesse diventare una caterva di incontri a sorpresa, profumi ritrovati, nostalgie perdute. Quando la sorella Marina lo ha inchiodato ad adempiere ai propri doveri di figlio e fratello – causa una brevissima vacanza con la propria famiglia – tutto sommato se ne era fatto una ragione, confidando nella brevità dell’impegno e della relativa facilità dei compiti assegnati. Ma dopo aver semidistrutto la casa e combinato una serie di disastrosi guai, ha esaudito il desiderio del genitore e lo ha accompagnato a Procida, visto anche la situazione di malato terminale, considerato che anche lui stesso lì ha trascorso la propria adolescenza mentre il papà partiva per viaggi lunghi e avventurosi per mare. Andrea ha persino rincontrato Ondina, fugace apparizione nei normali tormenti amorosi adolescenziali, diventata donna matura ed attraente. E dopo la sua fallita convivenza con una ragazza, causa la sua scarsa maturità, la faccenda non gli dispiace. Ora, a lui, che a quaranta anni non ha ancora trovato una direzione sulle strade della vita cavandosela sempre meglio che ha potuto, si dischiudono orizzonti impensabili fino ad un giorno prima: in ordine sparso, in un vertiginoso vortice di ricordi che riaffiorano, apprezza la figura di un padre sentito sempre lontano fisicamente ed emotivamente e che invece disvela insospettabili qualità umane di cui ne aveva sempre ignorato l’esistenza; e comprende la personalità della madre, donna assente a tutti, anche a se stessa e che ora invece acquista una nuova luce...

“Non prendere le cose sul serio è il mio unico scudo, la fortezza che ti costruisci da bambino con i cuscini del divano”. Comportarsi così a sette anni ha un senso e tutto sommato è necessario, ma a quaranta anni – quanti ne ha il protagonista del romanzo – diventa sindrome di Peter Pan. Li hanno chiamati “bamboccioni” e forse non avevano torto tutto sommato, ma erano figli dei tempi che vivevano, loro malgrado prede della precarietà lavorativa e del mutamento radicale delle convenzioni e convinzioni sociali. D’altronde i figli hanno la necessità improba di imparare di stare al mondo (o addirittura a vivere, a volte), i genitori l’ardua responsabilità di dar loro almeno una pacca sulla spalla, se non proprio un insegnamento. Non banalizza, Lorenzo Marone, anzi riesce a rendere fluida e gradevole una trama abbastanza trita e ritrita, con improvvise illuminazioni scrittorie che mi hanno ricordato il Sandro Veronesi dei primi tempi (che però aveva il dono di inventarsi narrazioni basate su situazioni surreali, anche se di struttura esile). Capire la vita è una mission che l’uomo si è imposto, a cui ha trovato delle risposte che però si sono rivelate micidiali boomerang, tornati indietro in forma di domanda. Ben vengano allora vite e storie come quelle di Andrea e suo padre, imperfetti quanto basta a somigliarci per davvero. Il tutto condito da un po’ di azioni fantozziane e inettitudine congenita, per rimescolare con grazia il plot quanto basta.



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