Tutto sommato

Gigi e Lello, vecchi amici d’infanzia, passeggiano per le strade del quartiere romano che li ha visti crescere, il Tufello. Il primo ormai è un attore famoso: ma proprio per questo tornare nelle strade in cui è cresciuto e dalle quali manca da quattro decenni lo mette un po’ in soggezione, non vuole sembrare lo spaccone che torna per dire a tutti “Ce l’ho fatta”. I due giungono davanti alla parrocchia della Santissima Assunta: chissà se c’è ancora don Luigi, il massiccio, giovane sacerdote che gestiva l’oratorio quando loro erano piccoli. Gigi prova a chiamarlo da sotto alla finestra, senza sperarci troppo. Sorpresa: si affaccia un ormone alla testa imbiancata, sorride, si precipita giù e prima di abbracciare forte Proietti gli molla un sonoro schiaffone. L’attore vede le stelle dal dolore, ma sente anche di nuovo il profumo del primo amore, delle giornate con gli amici, della messa, dell’aria dei suoi tredici anni: “ricordare è un mestiere rischioso, ha bisogno di stimoli forti”. E raccontarsi poi è difficilissimo, richiede onestà e memoria. Memoria dell’odore di povertà e dell’odore di sugo. Memoria di quel palazzo in via di Sant’Eligio, una traversa di via Giulia, la casa in cui Gigi è nato il 2 novembre 1940…
L’autobiografia dell’unico attore italiano che ha saputo raccogliere l’eredità di Vittorio Gassman, almeno nella capacità di alternare senza soluzione di continuità né imbarazzi il registro “alto” e quello nazionalpopolare, Shakespeare e le fiction in prima serata, i monologhi virtuosistici e le barzellette scurrili, inizia con un registro affettuosamente malinconico. Il ritratto dei genitori di origini molto umili, immigrati a Roma da paeselli remoti, l’infanzia un po’ in campagna per sfuggire ai bombardamenti, un po’ a pochi metri dal Colosseo, un po’ in un seminterrato vicino a via Veneto e un po’ nei cortili delle case popolari dell’estrema periferia capitolina. La scoperta della musica - Proietti nasce come cantante – le innumerevoli serate con la sua jazz band nei night della Dolce vita e nelle sale da ballo, l’adesione per noia al Centro Universale Teatrale che ha finito per “svoltargli” la vita nonostante all’epoca non sapesse nulla di Teatro, l’incontro con Giancarlo Cobelli e Antonio Calenda e la recitazione “off”, poi nel 1967 il primo sceneggiato televisivo con Ugo Gregoretti, il mondo del doppiaggio, il cinema, il musical con Alleluja, brava gente e d’improvviso il grande successo. Fino all’apoteosi di A me gli occhi, please, un one man show che ha fatto epoca con la sua contaminazione di generi. Dal libro, che è una irresistibile carrellata di aneddoti, viene fuori un uomo ironico e paradossalmente schivo, un antidivo istrionico fuori e pantofolaio dentro (spicca la virtuale assenza di aneddoti a sfondo sessuale e sentimentale, l’attore vive da più di 40 anni con la svedese Sagitta Altera, che gli ha dato due figlie) che ci tiene molto a rivendicare le sue radici nel jazz e nel teatro sperimentale ma non rinnega certo né la sua popolarità né la sua popolanità.

 

 

 

 
 
 
 
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