Ulisse

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16 giugno 1904, ore 8:00. Un giorno come tanti a Dublino e, insieme, un giorno come pochi. L’aspirante artista Stephen Dedalus è tornato da Parigi e vive nella Martello Tower a Sandycove insieme a Buck Mulligan, un volgare studente di Medicina. I due si scambiano battute mentre Mulligan fa la barba, parlano dell’Inghilterra (stanno ospitando un inglese, Haines) e della madre morta di Stephen. Fanno poi colazione e, infine, si separano, dopo che Mulligan ha chiesto dei soldi a Stephen e la chiave della torre. Sempre alle 8, a Dublino, Leopold Bloom, un agente pubblicitario di origini ebree, compra un rognone per la sua colazione e quella di sua moglie Molly, dà da mangiare alla gatta, porta la colazione alla moglie a letto e, insieme, le consegna la posta, nella quale vede un messaggio di Blazes Boylan, con il quale, egli sa, Molly commetterà adulterio in giornata. Tornato in cucina, legge la  lettera di sua figlia Milly e poi va in bagno a defecare prima di iniziare la sua giornata in giro per la città. Sarà una giornata come tante e, insieme, sarà una giornata straordinaria. Una giornata “epica”…

Nonostante le molteplici interpretazioni, le infinite discussioni, gli entusiastici apprezzamenti o le critiche più o meno motivate, il punto imprescindibile e ormai più che assodato di Ulisse è che si tratta del libro modernista per eccellenza, il romanzo sperimentale che ha scardinato la forma romanzo stessa e che ha incontrovertibilmente scardinato la letteratura tout court, diventando sinonimo assoluto di sperimentalismo. Anche se l’esito sperimentale di Joyce è poi arrivato con il successivo romanzo Finnegans Wake, in quest’ultima opera lo stile e la lingua superano finanche il modernismo e non si prestano a classificazioni di genere o di corrente storico-letteraria, valicando infatti anche i confini del modernismo e, insieme, non collocandosi in quella ibrida definizione che è il “post-modernismo”. In Ulisse, Joyce riscrive l’Odissea e struttura il lungo romanzo in 18 capitoli, i quali mimano in chiave moderna i capitoli, i temi e i personaggi omerici: Telemaco, Nestore, Proteo, Calipso, Lotofagi, Ade, Eolo, Lestrigoni, Scilla e Cariddi, Rocce erranti, Sirene, Ciclopi, Nausica, Mandrie del sole, Circe, Eumeo, Itaca e Penelope. Nel suo famoso saggio del 1923, Ulysses, Order and Myth, T. S. Eliot scrisse che il parallelo omerico serviva a Joyce per “controllare, ordinare, dare forma e significato all’immenso panorama di futilità  e di anarchia che costituisce la storia contemporanea”, andando così a “trasporre il mito sub specie temporis nostri”. Fu lo stesso Joyce a spiegare a Carlo Linati la struttura e le intenzioni dell’opera nel cosiddetto “Schema Linati”, all’interno del quale lo scrittore spiegava come ogni episodio rappresentasse non solo una parte del mito, ma anche un organo del corpo (Ulisse non è solo un poema epico contemporaneo sottoforma di romanzo e un’epica del linguaggio, ma è anche l’ “epica del corpo umano”, visto che Joyce tratta, per la prima volta, il corpo in tutte le sue sfaccettature, anche le più scandalose e scioccanti per i lettori del tempo), spiegando come ogni episodio e dunque ogni ora e ogni organo fosse collegato anche a un’arte, in modo tale da condizionare e finanche “creare” la propria tecnica e il proprio stile di scrittura. Ulisse infatti è scritto in molti stili e mira a contenere la totalità della letteratura attraverso molteplici temi, da quelli esistenziali (amore, sesso, adulterio, paternità) a quelli socio-politici e culturali (nazionalismo, condizione irlandese, mitologia celtica, letteratura del passato, e storia). Troviamo così un continuo e vertiginoso turbinio di idiomi, di citazioni, di riferimenti e di tecniche diverse che vanno a sostenere i flussi di coscienza dei protagonisti e ad espandere la temporalità finita del romanzo, la cui trama si concentra paradossalmente in un’unica giornata. Nell’episodio “Sirene”, dedicato alla musica, il fonosimbolismo, le onomatopee e la musica vera e propria disturbano lo scorrere dell’intreccio e insieme lo arricchiscono; “Circe” è scritto in forma drammatica; “Itaca” ricorre alla struttura “domanda/risposta” tipica del catechismo; “Penelope”, l’ultimo capitolo, il flusso ininterrotto di pensieri di Molly Bloom, è scritto  interamente senza punteggiatura. Contemporaneamente, tuttavia, Ulisse non è solo un mero esercizio di stile, ma è un romanzo vibrante che mescola surrealismo, espressionismo e realismo, arrivando a una sorta di iper-realismo che può ancora spiazzare molti lettori. Il libro si fonda essenzialmente sulla realtà dell’esistenza umana e dell’esperienza fisica e mentale dei protagonisti, riprodotta anche attraverso un uso marcato del realismo più tradizionale: Joyce si riferisce a personaggi reali, sceglie le ambientazioni dublinesi con accortezza meticolosa ricreando la geografia della città in modo talmente minuzioso che, disse, se Dublino fosse andata distrutta, avrebbe potuto essere ricostruita attraverso i suoi scritti. Con buona pace dei detrattori, infatti, i quali ancora oggi condannano il libro per il suo eccessivo formalismo, o per il suo status di epitome per nulla sintetico di tutte le avanguardie storiche, o per rappresentare una sorta di avanguardia sterile che poco comunica all’uomo e alla società, il libro è in realtà uno dei libri più “umani” e più “sociali” che siano mai stati scritti. E non solo grazie all’umorismo e alla comicità che Joyce utilizza in maniera arguta e sorprendente, ma anche e soprattutto per la profondità delle riflessioni dei protagonisti, per la ricreazione della loro vita interiore e per i sentimenti che alimentano tale esperienza coscienziale. Ulisse è infatti anche un  libro di amore e tratta l’amore in tutte le sue forme e accezioni: Bloom, denunciando il razzismo e l’antisemitismo in “Ciclopi”, lo concepisce semplicemente, e in modo disarmante, come l’esatto opposto dell’odio; in Stephen è un termine “conosciuto da tutti” ed è anche l’amore per l’arte e per la filosofia; per Molly è l’amore puro, carnale e liberatorio verso tutto ciò che è vita e passione, così come la sua parola finale “yes”, sfrontatamente femminile e vigorosa, ci comunica. Un sì all’amore e un sì alla vita affidato alla donna (detentrice della vita stessa),  nel quale è contenuta tutta la passione e tutta l’umanità, spiazzanti e dirompenti, di cui il libro, inequivocabilmente, si fa portavoce.



 

 

 

 
 
 
 

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