Ultima uscita per Brooklyn

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Harry, Vinnie, Sal e Freddy in genere li trovi a Brooklyn a ciondolare e scroccare caffè in una lurida taverna greca aperta ventiquattr’ore. Non è che ci stiano tutto il tempo, a volte sono in galera, spesso si spostano nella strada lì davanti a catalogare le macchine più belle, inventariarne i motori, i cavalli, la ripresa ai semafori, le prestazioni durante un inseguimento della polizia, e a vantarsi di quelle che hanno rubato per farsi un giro fino a che dura la benzina nel serbatoio sin da quando avevano dodici anni. Altre volte si spostano nei vicoli sul retro del locale a scazzottarsi tra loro o a spaccare le teste dei “raccoglicotone” di stanza alla base militare lì vicino. Ci sono volte in cui stanno per strada perché i vicoli sono il posto migliore dove tormentare le puttane innamorate di loro e disposte a sganciare pochi dollari o qualche pasticca di benzedrina pur di succhiarglielo. Georgette, (George), ad esempio è disposto a pagare qualunque prezzo perché la bolla del suo amore per Vinnie non gli scoppi in faccia aggiungendo altre cicatrici a quelle che già gli istoriano corpo e anima; deve credere che Vinnie è innamorato, che il tiro al bersaglio sulla sua gamba, le umiliazioni, il riportarla a una casa prigione con un fratello aguzzino, siano un segno del suo grande amore. Ma Georgette non è sola a recitare un copione che trasforma il film sordido della vita in un vaudeville carburato dalla benzedrina e dalle illusioni. Ci sono le altre splendide “frocie”, la puttana adolescente e quella stagionata, le mogli infelici, il sindacalista corrotto, la ragazzina ritardata, i bambini morti o violati: Camille, Goldie, Lee, Tralala, Rosie, Tony, Mary, Harry… Tutti sanno bene che esiste una soglia del dolore oltre la quale il brodo caldo arricchito di pasticche non sarà più un conforto sufficiente, che ad un certo punto il tanfo di urina, birra, sperma, le coltellate tirate per noia, gli stupri che maciullano la carne e smembrano i corpi, i cazzotti e gli insulti di amanti, fratelli, mariti e clienti, avranno la meglio sulla loro capacità di illudersi, ma tutti fanno in modo di resistere ancora un altro giorno…

Quando Hubert Selby Junior diede alle stampe Ultima Uscita per Brooklyn, nel 1964, fu come lanciare una bomba a mano nel mezzo nel bel mezzo dell’ottundimento perbenista e ben pensante che anestetizzava i sensi gli Stati Uniti. Fu ritirato e processato per oscenità prima che potesse deflagrare, ma furono in molti a capirne il grandioso potenziale, primo fra tutti Allen Ginsberg che disse «Questo libro esploderà sull’America come un’infernale granata arrugginita, e fra cent’anni verrà ancora letto avidamente». È un romanzo costituito da sei episodi, ciascuno dei quali preceduto da una citazione biblica, ciascuno dei quali ritrae una diversa angolazione dell’inferno, un diverso demone, una più cupa sfumatura di desolazione. È stato definito il romanzo del dolore, ma è soprattutto il romanzo dell’odio. L’odio dei protagonisti per la vita e per sé stessi, l’odio di una madre per suo figlio, di un sindacalista corrotto per gli operari e i capi, di un uomo per la propria idea di mascolinità, l’odio dei corpi sbattuti fino a renderli irriconoscibili verso altri corpi, di Tralala per i clienti e di Harry per sé stesso e le proprie pulsioni depravate. L’odio è talmente intossicante provocargli sintomi dolorosissimi ogni volta che fa sesso, che si tratti della vorace moglie Mary o di una prostituta. C’è solo una cosa che lo placa... Questo libro lascia sul lettore un’impronta fisica, è come finire coinvolti in un match di boxe clandestina, non ci sono regole, nessun colpo è proibito mai corpi che ti si muovono convulsi intorno sono di una bellezza potente, imprescindibile, inevitabile, ipnotica, disturbante. Nonostante i colpi ricevuti, il dolore quasi fisico procurato dall’impatto con le sei storie che compongono il romanzo, non si può fare a meno di andare avanti nella lettura, offrirsi ad altri colpi che puntuali e spietati arrivano senza concedere tregua. Paradossalmente l’urgenza del lettore e il fascino vischioso di questo testo che è uno dei capolavori assoluti della letteratura americana, sono direttamente proporzionali alla repulsione che i personaggi ispirano. Non si verifica mai un solo momento di simpatia, nessuno di loro ci piace nemmeno per un breve istante ma arrivati alla fine ci accorgiamo che lo stile di Selby è talmente potente, onnicomprensivo e grafico che è come se mettesse il lettore dietro i vetri sporchi di un bar a osservare questa massa brulicante di corpi in preda alla rabbia e al dolore che si agitano per la strada. Selby ha lasciato solo cinque romanzi, alcuni dei quali ancora inediti in Italia e non resta che sperare che il grande fiuto e coraggio intellettuale dimostrato dall’editore Sur nel riportare sugli scaffali italiani quest’opera strepitosa, contribuiscano a dare cittadinanza sugli stessi scaffali anche alle due che ancora mancano dai cataloghi.



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