Ultimi dispacci di vita palestinese

Ultimi dispacci di vita palestinese
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Hai una rubrica su uno dei quotidiani più prestigiosi del mondo arabo, “Ha’aretz”, ma questo non significa che tu abbia sempre qualcosa da dire. Vai in giro, passeggi, osservi, ma nemmeno questo ti viene sempre in aiuto. Non sempre c’è un fatto che ti stimoli una riflessione, non sempre c’è qualcosa di allettante di cui parlare. Sì, gli israeliani e i palestinesi, l’intifada e la militarizzazione del Paese; sì, i livelli di sicurezza, lo scacchiere internazionale, i trattati di pace. Sì, certo certo, Ben Gurion e Golda Meir, ma a chi vuoi che importi leggere queste faccende sulla tua rubrica? Ti guardi intorno e l’unica cosa davvero interessante di cui puoi scrivere è la tua vita, quella dentro casa tua, la tua vita di arabo palestinese nato e vissuto in Israele. Tua moglie che sbraita contro la tua assoluta e verticale inettitudine, contro il tuo lavoro che non è un lavoro. E che è lavorare mettersi a scrivere quattro righe giusto un pugno di ore alla settimana, mentre lei in ospedale non sa come raccapezzarsi? I tuoi due bambini che parlano arabo, ebreo e inglese, ma non sanno mai quale delle tre lingue utilizzare, soprattutto ai checkpoint, e si ammalano continuamente e chiedono cose continuamente e poi la scuola, la recita, il centro commerciale, il gelato; tuo padre che ti guarda chiedendosi intimamente dove abbia sbagliato con te, che non sai tinteggiare una parete del tuo “nuovo studio”, né cambiare la serratura ad una porta (chi è che non sa cambiare la serratura ad una porta?). Sbatti in prima pagina una inesistente vita da nababbo, così, tanto per dire, perché in redazione vi hanno chiesto di stendere un resoconto del vostro tenore di vita e tu per non fare l’accattone non solo inventi vacanze all’estero che non esistono, ma decidi anche che quello sarà l’argomento del tuo prossimo pezzo. Così Israele e dintorni saprà che sei un ricco. E uno spudorato bugiardo, perché tu scrivi, scrivi tutto: che ti sei inventato le cifre, che alzi il gomito, che sei un indolente buono a niente, che per scrivere quelle poche righe della rubrica versi lacrime e sputi sangue. Scrivi com’è difficile essere palestinese in Israele. Pure se ci sei nato e ti sei perfettamente integrato…

Il giornale “Ha’arezt”, qualche anno fa, ha deciso di affidare a Sayed Kashua una rubrica senza un tema preciso. Gli ha lasciato la libertà di esprimersi e di scrivere su qualsiasi argomento gli fosse interessato. Con questa totale ed assoluta libertà Kashua ha fatto di quella che apparentemente sembrava essere una sgangherata rubrica messa insieme in modo dozzinale ed approssimativo uno degli appuntamenti più attesi dei lettori del quotidiano. La sua è una scrittura che potremmo considerate in tutto e per tutto spietata perché non risparmia niente della vergogna e dell’onta, soprattutto quando parla delle sue vicende personali, quelle legate alla sua dimensione domestica, al rapporto coi figli, alla relazione con la moglie. Uno stile opulento, tra l’altro, di quelli che mostrano un ventre pingue, gonfio di birra e superalcolici ed irriverente, iconoclasta. Una ironia pungente che si moltiplica quando ad essere toccati sono i temi che riguardano la politica, la società araba e quella israeliana in particolare, gli usi ed i costumi, le tradizioni, le feste di cui lui non ricorda il nome, gli assurdi sondaggi telefonici ai quali risponde con altrettanta assurdità. Ricorda vagamente Suad Amiry, quello stile, quella ironia, quel modo di raccontare la vita in Israele ed il conflitto israelo-palestinese. Fa ridere per quel suo modo assolutamente privo di filtri di raccontare e raccontarsi, dandoci uno spaccato di quel mondo che non è leggero né frivolo, anzi. Lui è un palestinese che vive in Israele e con la sua scrittura pungente svela quando sia paradossale e frustrante per un arabo vivere in un paese ossessionato dalla sicurezza, dai controlli, dal brunito della tua pelle. Il tutto, però, perfettamente incassato in una ordinarietà in cui continuano ad esistere bambini che vomitano in macchina, mogli che scrivono al giornale diffidandolo dal pubblicare le oscenità del marito, famiglie che vanno in vacanza nell’hotel extralusso della città accanto a quella in cui vivono, centri commerciali con l’aria condizionata a palla, gelati spiaccicati sulla tappezzeria e parenti cerimoniosi che ti ingozzano fino a scoppiare. Tutto folle. Tutto normale.



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