Per ultimo il cuore

Per ultimo il cuore
Stan e Charmaine sono una giovane coppia sposata da poco e piena di belle speranze. Forse sarebbe meglio dire che lo erano, perché tutte le speranze stanno svanendo insieme ai bei progetti di vita sognati sul divano nuovo con il copridivano a fiori scelto con cura da lei. Avevano entrambi un buon lavoro, lui nel campo della robotica lei in quello delle case di riposo, avevano fatto un mutuo per la casa, progettavano di avere presto un bambino. Ma son finiti a vivere nella loro auto, ormai puzzolente – capita se ci devi mangiare e dormire con i finestrini serrati per paura dei malintenzionati –, a lavarsi occasionalmente dove possono e a nutrirsi di cibo-spazzatura (spesso in senso letterale, ovvero cercato nei cassonetti) comprato con la misera paga da cameriera di Charmaine. Loro sono soltanto due delle tantissime vittime della grave crisi economica che ha colpito il Nord-Est del Paese e che ha fatto naufragare molti sogni: “Qualcuno aveva mentito, qualcuno aveva barato, qualcuno aveva svenduto o gonfiato la valuta”. Criminalità e povertà regnano incontrastate, ognuno tenta di fare del suo meglio per sopravvivere come può. Ad ogni costo. È necessario diffidare di chiunque e guardarsi costantemente le spalle. E per strada, soprattutto di notte, è davvero difficile. Qualunque alternativa sarebbe migliore e la pubblicità che Charmaine vede per caso in televisione una sera mentre sta lavorando al bar promette una seconda possibilità: “Vi meritate di meglio”. Certo che è così! Si tratta di andare a vivere all’interno di un progetto sperimentale nelle città gemelle di Consilience e Positron, dove chi viene accettato avrà una vita “normale”, con un lavoro e una casa. In cambio si richiede il rispetto di norme finalizzate a non turbare il sistema perfettamente organizzato. Troppo bello per essere vero? Dov’è l’inghippo? Stan è d’accordo con sua moglie, niente può essere peggio della loro condizione attuale. Arrivati sul posto si convincono che davvero si richiede ben poco rispetto a quello che viene assicurato. Firmano, accettano di non avere più contatti con l’esterno. Pena…ecco, non si sa bene cosa, ma sarebbe certo giusto perché non è bello danneggiare la comunità. “Bevendo abbastanza birra, socchiudendo gli occhi, eliminando il contesto, si può quasi credere di essere nel mondo esterno. Almeno nel mondo esterno del passato”. Quello dei film di Doris Day, per dire. La casa assegnata loro è bella e confortevole, ci vivono per sei mesi in alternanza con un’altra coppia. Gli altri sei mesi li trascorrono separati a Positron, la prigione…

Nel bel mezzo di questa distopia dai tratti ora surreali ora grotteschi, talvolta plausibili in maniera preoccupante, ti ritrovi a domandarti dove hai respirato la stessa atmosfera. E ti viene in mente un film del 1990 – regia di Volker Schlöndorff, con Robert Duvall e Faye Dunaway, musiche di Ryūichi Sakamoto –, Il racconto dell’ancella. La storia è tratta dall’omonimo libro del 1985 di Margaret Atwood, un successo da milioni di copie vendute in tutto il mondo, vincitore di numerosi premi e candidato ad altrettanti, oggetto di polemiche legate alle tematiche trattate, l’emancipazione femminile e l’asservimento del corpo della donna. Margaret Atwood è appunto anche l’autrice di Per ultimo il cuore, un racconto paradossale e ironico che con uno stile leggero e un linguaggio fresco e divertente (grazie anche alla abile traduzione di Elisa Banfi) non manca di lasciare l’amara sensazione che il mondo surreale e spaventoso immaginato dall’autrice possa davvero essere uno dei futuri mondi possibili. In questo mondo i corpi sono diventati l’unica merce di scambio e generosa fonte di affari e commercio; il sesso e il bisogno di essere amati e corrisposti (oltre al guadagno) le uniche necessità riconosciute e “usate” per muovere il mondo. Le attività all’interno della città perfetta creata artificialmente – una specie di Città del Sole anni ’50 costruita su orribili segreti e business vergognosi – vanno dal traffico di organi a vantaggio di spregiudicati ricconi che vivono al di fuori, nel mondo reale, a quello di sangue di neonato rigenerante destinato a cliniche geriatriche milionarie; dai Possibilibot, “coadiuvanti sessuali di aspetto umano”, ovvero robot raffinatissimi quasi perfettamente simili ad un essere in carne e ossa a scelta, per soddisfare le fantasie sessuali di chiunque possa permettersene uno, pedofili compresi – beh? Che c’è di strano? Potrebbe essere anche un modo per salvare i bambini veri, in fondo, o no? -, all’imprinting chimico per ottenere l’amore (e l’attrazione sessuale) esclusivo e sconfinato di un umano scelto e in qualche modo “convinto” a sacrificarsi alla causa. Anche questa mica è una tragedia: dopo l’operazione subita il/la prescelto/a amerà perdutamente ciò che vede al risveglio e non avrà a soffrire un bel niente! Certo, se capita un errore come è successo a quella poveretta che ha visto un orsetto di pezza azzurro e ora se lo porta dietro in borsa per eccitarsi e farci sesso ogni volta che vuole, pazienza… Ma, al di là del paradosso, siamo davvero tanto lontani da una realtà possibile? Se si giungesse a poter manipolare e controllare questi bisogni umani cosa vieterebbe di fare sperimenti simili? Basterebbe soltanto avere denaro. E quello nei posti giusti scorre a fiumi, soprattutto quando la povertà dilaga a fianco. Ha scritto mirabilmente “The Times”: “Le apocalissi della Atwood sono diverse da tutte le altre perché a causarle siamo stati noi. Non le meteoriti o gli alieni distruggeranno il mondo, ma noi”. All’inizio il romanzo è uscito in quattro episodi sul sito Byliner e in ebook con il titolo collettivo di Positron, in seguito l’autrice ne ha fatto un corposo volume che racconta d’un fiato (e si legge allo stesso modo) un futuro allucinato e allucinate assolutamente possibile. Siamo dalle parti di Orwell, di Huxley e di Bradbury, però con una leggerezza visionaria quasi divertita (forse perché ha una impronta“femminile”?) che allevia contenuti potenzialmente drammatici, nel classico stile della prolifica Atwood, autrice di una quarantina tra romanzi, saggi, sillogi poetiche e libri per bambini, candidata più volte al Nobel per la letteratura e vincitrice nel 2000 del Booker Prize. Una lettura che scivola piacevole e lieve nonostante il tema che fa riflettere ed è particolarmente caro all’autrice, e che si conclude con un messaggio sostanzialmente positivo e romantico nel senso più nobile del termine: in fondo, finché “il cuore è l’ultimo a morire”, una speranza c’è sempre.

 

 

 

 
 
 
 

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