Un’altra strada

Un’altra strada

Ha quarantaquattro anni Matteo Renzi, eppure è già un ex di moltissime cose. Innanzitutto ex sindaco di Firenze, successore di quel Giorgio La Pira a cui ha sempre detto di ispirarsi; poi ex Presidente del Consiglio, il più giovane in Italia dai tempi di Benito Mussolini; infine, ex segretario del Partito Democratico, quella poltrona che fagocita i suoi occupanti, li logora e dopo qualche anno li risputa fuori cambiati, invecchiati, fuori dai giochi, come è successo a Veltroni, a Bersani, o proprio a lui, Renzi. Ma Renzi, dicevamo, ha solo quarantaquattro anni, che sono un’età prodigiosa per aver fatto quello che ha fatto lui – o almeno, quello di cui è disposto a parlare senza cadere in imbarazzo – come ad esempio le battaglie in Europa contro l’austerity, il semestre europeo a guida italiana, la sfida dell’Expo di Milano, l’istituzione dell’ANAC guidata da Raffaele Cantone, oppure la legge sulle unioni civili. Un grande tarlo sembra però tormentare la mente del parlamentare di Rignano: quel referendum perso nel 2016, forse per “l’eccessiva personalizzazione” che fu fatta. Quella riforma costituzionale, sostiene, avrebbe cambiato tutto, e avrebbe reso l’Italia più forte di quello che è oggi…

“Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Il libro si apre ponendo in esergo questa frase di Michael Jordan, il più grande e iconico cestista di sempre. Pensare che Renzi possa averci letto un riferimento alla sua storia politica fa francamente rabbrividire. La politica italiana nella cosiddetta Terza Repubblica viene sconvolta alla velocità di un tweet, dunque leggere e recensire questo libro a seconda del periodo in cui lo si fa diventa qualcosa di completamente diverso. Al momento dell’uscita, Un’altra strada probabilmente avrebbe strappato un risolino, visto come Renzi si era infilato in un cul-de-sac di irrilevanza dopo la batosta del 4 marzo 2018 e la decisione di non partecipare alle trattative col Movimento 5 Stelle per formare un nuovo governo. Leggerlo dopo la scorsa estate e dopo il colpo di scena del governo giallorosso, nato in gran parte con l’avallo di Renzi (che un anno prima tuonava “mai coi 5Stelle” e “gli italiani ci hanno mandati all’opposizione”), dopo quella manovra che in ambienti renziani è stata definita “la mossa del cavallo” – ed è questo il titolo annunciato dell’imminente nuovo libro del senatore di Scandicci – avrebbe significato che era quella la strada alternativa al “Salvimaio”. Leggerlo oggi, dopo la scissione dal Partito Democratico, gli ammiccamenti fra renziani e destra, le minacce di far cadere il governo con il debole casus belli della prescrizione, i sondaggi che dicono che Italia Viva non si schioda dal 3% assume un significato ancora nuovo. La sua operazione di scissione doveva nelle sue intenzioni renderlo il Macron italiano, cannibalizzare il PD e allargare il campo al centro, ma le cose sembrano andare diversamente. Però l’ex premier preferisce dettare la linea in un partito minuscolo piuttosto che essere marginale in un grande partito popolare, e Italia Viva, parafrasando il Franco Evangelisti de Il Divo (interpretato dal compianto Flavio Bucci) “è un impero teocratico dove comanda uno solo: Matteo Renzi”. A poco servono i toni dimessi dell’ultimo periodo, in cui prova a dare spazio ai fedelissimi, perché il noi è un concetto che a Renzi serve solo a far brillare il suo io: la comunità della Leopolda è una specie di corte di fan adoranti, un’accolita di groupie persuase che Matteo sia una rockstar, una folla molto poco nutrita che crede nell’infallibilità del leader. Cosa c’è in questo libro edito da Marsilio? Una sterile laudatio temporis acti, per dirla con Orazio, la riproposizione di dati e risultati raggiunti, celebrati con toni nostalgici in perfetto stile “si stava meglio quando si stava peggio” o al limite qualche convinto “rifarei tutto”. Per il resto, un variegato e sterile citazionismo sin dalle prime pagine, dove oltre a Jordan si snocciolano Giulio Andreotti, Oscar Wilde, Mauro Berruto, Pier Paolo Pasolini, George Orwell. Qualche occhiolino strizzato al mondo della cultura con Flaiano, Longanesi, Hölderlin, qualche menzione più vicina all’immaginario pop dei suoi sostenitori (Burioni, Recalcati, Arminio). Nessun rimpianto, se non quello di non aver cambiato a sufficienza le cose: Renzi rivendica la volontà di approvare una legge sulle responsabilità civile per i magistrati, storico mantra berlusconiano e ancor prima del “Maestro venerabile” Licio Gelli; difende flirt con Confindustria piuttosto che coi sindacati; non rinnega quell’articolo 18 che tanti consensi ha fatto perdere a lui e al PD. Ancora, citando la frase fulcro del libro ma anche dell’orizzonte politico renziano: non vincerà mai una sinistra come quella di Sanders, Corbyn o Mélenchon, che è condannata all’isolamento, meglio perseguire la strada dei Clinton, dei Blair, o degli Obama. Non cita mai, invece, i modelli di sinistra radicale che negli ultimi anni hanno vinto e si sono imposti con forza. Basta alzare lo sguardo, si pensi al Portogallo socialista di Costa, alla Spagna dove Sánchez governa con Podemos, alla Grecia dove per anni la sinistra antisistema di Tsipras ha convissuto coi diktat e l’austerity. Per Renzi invece la sinistra è perdente per natura, e rafforza la percezione che si era avuta di lui: che cioè con la sinistra non c’entri nulla. Il giudizio non è dettato né dalla pochezza di contenuti né dall’antipatia personale verso l’autore o verso i suoi ghost-writer. La valutazione è stata una scelta dell’ultimo secondo scatenata dalla disonestà intellettuale con cui Renzi pensa di eludere i problemi e gli strascichi derivanti dai suoi anni al governo, con la pretesa illusoria che possa essere lui, il più longevo fra gli ultimi Presidenti del Consiglio, a rappresentare il rinnovamento. La cosa più grave, a nostro avviso, è che nel precedente Stil Novo i toni violenti tipici del renzismo erano giustificati dal fatto che era ancora il sindaco di Firenze, ma oggi questa narrazione non regge, è monca, perché è diventato negli anni il simbolo dell’establishment e della politica fatta per mestiere che un tempo avversava. Vorrebbe la stessa centralità di Craxi negli anni Ottanta, ma si sta ritagliando al massimo un futuro à la Alfano, tessendo contatti a livello internazionale per prepararsi a incarichi prestigiosi non appena il suo partito sparirà dall’emiciclo parlamentare. Forse sarà allora che il tachimetro furioso del turborenzismo smetterà di correre, e qualcuno potrà iniziare a chiedersi se la classe dirigente del Giglio Magico ha lasciato qualcosa di tangibile, oppure solo aria fritta, la solita solfa ripetuta con spocchia e condensata in un libro di 240 pagine. Insomma, cosa c’è di nuovo in Un’altra strada? Qual è l’alternativa proposta? Qual è l’altra strada di cui parla il titolo? Lo sguardo acritico rivolto alla propria esperienza di governo? Un paio di ammissioni di colpa seguite da imbarazzanti “chi fa sbaglia per forza”? La sensazione è che Renzi dal 2016 non si sia mai ripreso, con buona pace di chi in lui aveva sperato, in lui aveva visto una possibilità di rinnovamento, un sasso da scagliare nello stagno stantio della politica italiana, e che lo ha visto tramutarsi in un imprenditore di sé stesso, un democristiano in versione smart, un personaggio machiavellico che nelle sue scelte mostra solo di cercare la sua sopravvivenza politica.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER