Un’educazione libertina

Un’educazione libertina

Parigi è l’ombelico di Francia. Ma è anche una città lercia e fetida. Il sole, sospeso nel cielo come il solo occhio di un gigantesco ciclope, getta sulla città una calura tenace, un’aridità soffocante. Quel caldo torrido si abbatte su Parigi, cera spessa, bollente, trasforma in inferni i tuguri dei sottotetti, cola nei vicoli angusti fino a riempire della sua mefitica sostanza ogni vena e ogni arteria di quello che pare essere un disgustoso organismo boccheggiante, prosciuga le fontane, stagna nell’aria tremolante dei cortili nauseabondi, nell’abbandono delle piazze. In questa geenna infernale il caldo aderisce alla faccia come una maschera, avviluppa di fuoco il corpo, uccide gli animali che tentano di sopravvivere in uno scampolo d’ombra, soffoca le donne dal seno appiccicoso. Le ghiandole sudoripare riversano a fiotti i loro umori. Scaturiti da ascelle pelose, scorrono dai fianchi alle natiche, poi lungo le gambe. Fuso come burro sulla fronte, il sudore pizzica gli occhi, spande il suo sale nelle bocche ansimanti. La sporcizia fluisce come un sedimento, lascia tracce nere alle pieghe delle articolazioni. Ci si sventaglia con qualunque cosa si riesca a recuperare a disposizione: un vecchio straccio, una gazzetta, una mano. E il gesto solleva il tanfo acidulo dei corpi traspiranti. La puzza dell’uno si mescola a quella dell’altro, pestilenziale, l’odore umano fluttua e offusca l’orizzonte, è l’odore stesso di Parigi, il suo profumo estivo: Parigi suda…

Sin dal titolo l’ispirazione flaubertiana è chiara. Se però per l’autore di Madame Bovary l’educazione non può che essere sentimentale, nel caso opposto e speculare, con accenti à la Suskind – e non solo – del non ancora trentottenne Jean-Baptiste Garcia, che mutua il suo pseudonimo Del Amo dal cognome della nonna (anche per evitare la confusione con un altro scrittore di Tolosa che di cognome fa Garcia, quel Tristan a cui si deve 7, distopico, filosofico e monumentale affresco della società avvelenata da una nuova droga), l’educazione è libertina. Del Amo, seppure giovane, è già affermato, pluripremiato e sfoggia una voce letteraria originale e assai matura, che tratta, nonostante l’amplissima messe di riferimenti, come se fossero nuovi temi sempiterni come la morte, la malattia, l’identità e la sessualità. Con maestria fa precipitare il lettore nell’abiezione più pura, grave e greve, conducendolo con mano sicura, sensuale e suadente attraverso le strade malfamate della Parigi della seconda metà del diciottesimo secolo. Quasi un miraggio per un giovane come Gaspard, povero, ingenuo, originario della campagna bretone, desideroso di emanciparsi e bramoso di lusso, successo, agio e ricchezza. Quale preda migliore dunque per lo scandaloso, dissoluto, volgare, osceno, vincente Étienne de V., un vero e proprio irresistibile diavolo col quale non si può non scendere a patti, un conte che può dargli tutto quello che vuole, in cambio, però, della totale perdita dell’innocenza.



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