Un’educazione milanese

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Comincia con un ricordo questo attraversamento di una città e di una vita: un bambino che si perde nella folla di una piazza. Un ricordo falsato dall’età del piccolo Alberto, che ricorda una selva di persone che in realtà erano forse una trentina. Gli anni del boom in quella Milano operaia che oggi non esiste più, sostituita dai grattacieli con bosco incluso, da torri sempre più alte che hanno preso il posto delle case basse, di ringhiera, che ospitavano nelle corti interne laboratori, fabbriche, officine. Una vita sui ponti e i cavalcavia che a Milano resistono da decenni, che uniscono quartieri diversissimi passando sopra binari di treni e tram che attraversano da sempre una città in costante evoluzione. Questo affascinava Alberto e tutto sommato gli è rimasto dentro: osservare Milano. La città in cui l’hanno cresciuto il padre proprietario di una piccola officina, e la madre che maneggiando stoffe pregiate vestiva le “sciure” della buona borghesia. Dai primi anni ’60 ai magnifici e terribili anni ’70, quando tutto è cambiato, quando Io e Noi si sono dati il cambio nel sentire dei giovani, lasciando perplessi i genitori che faticavano a capire quei cambiamenti vissuti come una ribellione all’ordine costituito. A contorno, anzi parte integrante del piatto, gli zii, i fratelli, i nonni, insomma le figure che popolano la vita di tutti ma in quegli anni avevano forse un peso specifico diverso. E gli amici, Marco su tutti, che rimarrà per sempre anche non essendoci più…

Più che un’autobiografia questo commosso memoir è una sequenza di fotografie animate della città, una galleria di luoghi che sono protagonisti in quanto i palcoscenici su cui si svolgono le vite di Alberto, della sua famiglia ma anche in qualche modo gli artefici di quegli avvenimenti, o perlomeno i complici. Alberto nell’episodio d’apertura che accennavamo sente pronunciare una frase, emblematica di quello che è Milano: di chi è questo bambino? “Milano lo vuole”? Perché alla fine la città col cuore in mano risulta essere proprio questo, un posto vivo che accoglie indistintamente persone, idee, mode, stili, che ha preso tutto e lo ha fatto suo. Ha perso un’identità che è forse quella a cui si riferisce il titolo del libro, è diventata altro da sé, si è snaturata pur mantenendo in certe architetture e impianti logistici quello che è il substrato su cui è cresciuta. Rollo ce la restituisce attraverso questo cercare di capire, di conoscere, in qualche modo di riappropriarsi – con lo strumento semplice eppure magico del turismo urbano insegnatogli dal padre – dell’essenza più profonda di una città, della sua città, dalla Ghisolfa (teatro di molte scene del famosissimo film Rocco e i suoi fratelli) al Monte Stella (detto anche Montagnetta), costruito sulle macerie della guerra, che deve il suo nome alla moglie del progettista, l’architetto Bottoni. L’impressione alla fine è quella di una dichiarazione d’amore – che è cosa diversa dall’innamoramento – nei confronti di una famiglia, di un gruppo di amici, di una città di cui si conoscono e riconoscono i difetti ma li si accetta senza sentirne il peso.

LEGGI L’INTERVISTA A ALBERTO ROLLO


 

 

 
 
 
 

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