Un’eterna meraviglia

Un’eterna meraviglia
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Già dentro l’utero materno la mente di Rannie pensa e ragiona, fa esperienza, deduce e impara. Quando nasce dimostra subito a suo padre e a sua madre quanto speciale sia la sua genialità. La mamma ha quasi timore di non essere all’altezza di quel prodigioso bambino e lascia al padre, professore universitario che si interessa di Arte e Filosofia, di prendersi cura e facilitare la crescita intellettiva di Rannie. Non ha amici veri Rannie, perché si sente diverso da loro, destinato ad una solitudine creativa e silenziosa, incompresa da molti. Quando il padre di Rannie muore è il momento per il sedicenne di andare all’università, ma decide di iniziare un viaggio che lo porta a New York dal nonno materno, uomo particolare che dà a Rannie il senso di appartenenza, lo stimolo alla ricerca. Il viaggio in Europa lo porterà ad incontrare sulla nave e ad essere ospite, poi, di Lady Mary, una ricca nobildonna che gli insegnerà l’amore del corpo, la passione, l’ardore fisico e lascerà in lui un segno indelebile che lo farà diventare un uomo. Rannie riconosce la sua genialità, la sua superiorità intellettiva, sa di avere un talento, ma non sa a cosa dovrà dedicare la sua capacità di creare, di scoprire, di cercare, la sua curiosità. Sa che non è dentro l’università che troverà le risposte, ma nei libri e tuffandosi nella vita, studiando, osservando, vivendo…

Questo è l’ultimo romanzo di Pearl S. Buck, che vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1938. Scrittrice prolifica, pubblicò una mole di romanzi e, alla sua morte nel 1973, il manoscritto di questo romanzo venne trafugato e per quarant’anni non se ne ebbero notizie. Nel 2012 viene ritrovato a Fort Worth, in un deposito abbandonato, il manoscritto autografato del romanzo insieme a una copia dattiloscritta. Un’eterna meraviglia non è il migliore dei romanzi di Pearl S. Buck, forse anche perché la revisione è stata fatta postuma da uno dei sei figli che lei adottò, Edgard Walsh, che insieme all’editore ha cercato di mantenersi il più possibile fedele all’originale. Forse la scrittrice sarebbe stata più drastica nella revisione, secondo il genio narrativo che era solo suo. Nella narrazione ci sono parti fortemente didascaliche, come discorsi fatti per spiegare concetti che rendono un poco lento il ritmo narrativo. Il personaggio principale, attorno al quale ruota tutta la narrazione, ha uno sguardo troppo razionale e spesso risulta freddo, poco umano. Rannie con il suo sguardo indagatore, scandaglia il suo modo di percepire, sentire, vivere, un continuo narrarsi, porsi al centro dell’attenzione, vivisezionarsi e sezionare gli ambienti, le persone, i fatti, i sentimenti, riferendoli a sé. Si sente la solitudine, l’allontanamento, l’essere chiusi nell’introspezione che caratterizzano la vita dell’uomo che stupisce, che sorprende e che va alla ricerca di ciò che possa meravigliarlo. Tutto quello che gli succede è paradossale, da supereroe, come se la sua umanità più profonda venisse soverchiata dal suo essere razionale. Rannie quando è in comunicazione con la sua mente non sente la solitudine, il vuoto, non si sente solo pur non avendo nessuno che vive con lui, in lui, comprendendolo nel suo vero essere. Il genio è solo, parla di vita, ma non la sa vivere, solo narrare.



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