Un’eterna Treblinka

Un’eterna Treblinka
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Nel lontano 1917 Sigmund Freud scriveva:“L’uomo, nel corso della sua evoluzione civile, si eresse a signore delle altre creature del mondo animale. Non contento di un tale predominio, cominciò a porre un abisso fra il loro e il proprio essere. Disconobbe ad esse la ragione e si attribuì un’anima immortale, appellandosi a un’alta origine divina che gli consentiva di spezzare i suoi legami con il mondo animale”. L’affermazione dell’uomo come specie dominante ‒ quella che Montaigne chiamava arroganza e Freud megalomania e che in realtà è un evento molto recente nella storia della Terra ‒ ha portato all’addomesticamento degli animali in un primo tempo e successivamente al loro sfruttamento ed alla schiavitù. E il prezzo che hanno pagato gli animali è la loro libertà evolutiva; hanno perso “la loro autonomia genetica e sono ora soggetti al nostro capriccio di allevatori”. In un mondo a compartimenti stagni, in cui l’animale uomo e gli animali non umani sembrano non avere legami, in cui il concetto di specie separata e moralmente superiore è quasi universalmente accettato, questo dogma ha avuto ed ha tuttora pericolose ripercussioni sulla stessa condizione umana...

Pubblicato in Italia grazie alla collaborazione dell’Associazione Progetto Gaia e di Oltre la Specie, Un’eterna Treblinka prende spunto da un celebre passo di Isaac Bashevis Singer tratto da L’uomo che scriveva lettere, in cui a proposito della morte di una topolina il compagno umano pensa: “che ne sanno di quelli come te gli studiosi, i filosofi, i leader di questo mondo? Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”. A chi possa sembrare scandaloso paragonare l’Olocausto allo sterminio degli animali che avviene quotidianamente negli allevamenti intensivi e nei mattatoi, è consigliata vivamente la lettura di questo saggio; difficile da digerire perché scuote le coscienze di ognuno di noi, ricco di spunti di riflessione e di una vastissima bibliografia che richiedono sicuramente tempo ed impegno; ma testo fondamentale per comprendere come lo sfruttamento animale possa ancora generare abomini come quello dell’Olocausto. Con rigore scientifico e con una accurata documentazione storica e bibliografica, Charles Patterson dimostra come l’istituzionalizzazione e l’accettazione dello sfruttamento degli animali abbia aperto le porte ad atrocità come la schiavitù e l’Olocausto. Perché la violazione degli animali ha accelerato la violazione dei diritti umani; perché nel momento in cui si è parlato di esseri umani “inferiori” si sono accettati gli studi eugenetici (iniziati come forse i più non sanno, non in Germania ma nei democratici Stati Uniti, che Hitler prese addirittura ad esempio di efficienza e rigore); perché in tempi non così lontani è sembrato giusto sterilizzare forzatamente le persone “geneticamente anormali”, gli ebrei, gli zingari. Agli inizi degli anni Trenta, la sterilizzazione forzata di esseri umani aveva già ottenuto ampi consensi negli Stati Uniti e fra i più accaniti sostenitori c’erano rettori universitari, prelati, direttori scolastici e personaggi illustri: Henry Ford, tanto per citarne uno. Hitler, affascinato dai progressi americani e preoccupato di rimanere indietro rispetto alla “scienza” statunitense, prese spunto dai “colleghi” d’oltre oceano: dall’operazione T4 (nata per eliminare segretamente e sistematicamente anziani, malati di mente, malati incurabili e bambini deformi per mezzo di gas o iniezioni letali) ai campi di concentramento e campi di sterminio il passo fu breve. E quegli esseri umani che Hitler chiamava non a caso con appellativi come “sporchi cani”, “nidiata di conigli”, “popolo di bestie”, “porci” finirono massacrati in quello che Rudolf Höss ‒ il comandante di Auschwitz ‒ definì “il più grande mattatoio umano che la storia avesse mai conosciuto” (una curiosità sconcertante: molti dei capi dei campi di sterminio si erano fatti le ossa nell’industria alimentare e nei mattatoi). E questo, chi ha avuto a che fare direttamente o indirettamente con l’Olocausto, lo ha ben impresso nella memoria; molti di loro sono attivisti di associazioni per la difesa degli animali, molti hanno cambiato il proprio modo di rapportarsi all’animale non umano. E se è vero il monito di Adorno “Auschwitz inizia quando si guarda un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali”, dobbiamo riflettere e non abbassare la guardia perché l’Olocausto non è un evento unico ed irripetibile; perché istituzionalizzare sofferenza e massacri è immorale e pericolosa palestra per stermini futuri; perché “finché vi saranno i mattatoi esisteranno campi di battaglia”.



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