Un’Odissea minuta

Un’Odissea minuta

La sera del 16 giugno 2004, ispirato da una “crisi di mezza età”, il ragionier Alberto Cappagalli decide di cimentarsi nella scrittura, optando per il resoconto di una giornata qualunque ma talmente minuzioso e “scientificamente preciso” da occupare non meno di mille pagine, che però abbandona dopo le prime venti. Dieci anni dopo, piuttosto che completarlo, decide di “auto-annotarsi” (“come certe edizioni dei classici”), approfondendo il significato delle parole scelte ai tempi. Ogni lemma diventa così il pretesto per quella che, in disegno tecnico, si chiama “esplosione”: “salmone” non evoca soltanto un pesce affumicato, ma anche il primo rifiuto sentimentale, origine di un rigetto alimentare durato decenni; mentre “armadio” è una deflagrazione a grappolo, con tante ramificazioni quanti sono i capi che un armadio può contenere, e i ricordi ad essi legati. In questa “ricerca del tempo perduto” il Cappagalli-scrittore non lesina le invenzioni (vedi i neologismi, spesso calchi linguistici, come “forguardare”, “ronco” o “sleep”, per indicare le “mutande da notte”), rivelando un estro scrittorio che nulla hanno a che fare il Cappagalli-uomo-di-tutti-i-giorni, che fa spesso “la solita figura dell’ignorante” ed è insofferente durante il concerto di Schubert “offerto” dal Capo…

Di eventi memorabili Cappagalli non ne ha vissuti: ha – come tutti – le sue paure (“È che io sto benissimo. Poi magari vado lì, cominciano a fare esami e qualcosa che non va, figurati se non la trovano. In un attimo da sano che ero divento malato”) e può essere scosso da una carezza (vedi nota VII - 22), e tutto questo lo scopriamo attraverso le 174 note di questa autobiografia frammentaria, in terza persona, con 233 “protagonisti principali”. Il risultato sono oltre le 500 pagine di paratesto che, unite alle 100 di appendice (redatte dal cognato del protagonista, Daniele Scolari), costituiscono Un’Odissea minuta. Raccontato così può far paura, ma nonostante la mole l’esordio di Di Schüler è un libro leggero, divertente, a volte commovente, sul tempo che sfugge e sull’inutilità di aggrapparsi ai ricordi, quand’è ormai troppo tardi per diventare ciò che avremmo voluto. Il ragioniere è, appunto, uno che “sarebbe potuto essere mille cose ed è stato solo un pirla”, un Palomar politicamente scorretto, e quindi un italiano medio(cre): lamentoso, frustrato, un po’ razzista, rappresenta l’innocua acredine che la massa cova e tradisce, e nella sua disarmante schiettezza non può che risultare simpatico. L’idea della forma non è del tutto nuova: a parte gli espliciti riferimenti a Joyce (tra l’altro, lo stralcio di Cappagalli si interrompe con una rasatura, laddove l’Ulisse cominciava con quella di Mulligan, il cui cognome ha una certa assonanza con quello dell’ingegnere), si può pensare a Fuoco pallido di Nabokov (un sonetto di 999 versi commentato per dieci volte la sua lunghezza) e a quel postmodernismo che ha promosso la nota a parte integrante del testo. Torna in mente anche l’enigmistico La vita, istruzioni per l’uso di Perec, che guarda caso ruotava intorno al concetto di puzzle. Ma quel che conta è che questo romanzo componibile, o modulare, è accogliente, e che al disorientamento iniziale subentra il gioco interattivo: volendo, ci si può divertire a ritagliare le varie voci e riordinarle cronologicamente, o come più aggrada, creando nuovi e infiniti romanzi, come nella Biblioteca di Babele di Borges. La prosa del Cappagalli-annotatore è elegante ma semplice, mentre sornione è il piglio di Daniele Scolari, che inserisce in appendice voci non necessarie, come ad esempio “Berlusconi”, immaginando forse il libro proiettato in un futuro lontano, nel quale di tutto ciò che ha costituito la nostra storia più recente sarà rimasto solo un vago ricordo.

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