Un altro giorno di morte in America

Un altro giorno di morte in America
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23 novembre 2013. Grove city, Ohio. Come tutte le mattine, Jaiden Dixon, nove anni, spera di poter passare ancora un po’ di tempo a letto, invece di iniziare a prepararsi, come fanno i suoi fratelli non appena i passi della madre risuonano nel corridoio, per andare a scuola. Quel giorno non riuscirà ad andarci poiché verrà freddato prima di uscire da casa dal suo patrigno. Indianapolis, Indiana. Kenneth Mills-Tucker, un ragazzo di diciannove anni amante di Twitter che usa “in modo incostante ma prolifico”, viene trovato morto a pochi metri dalla macchina nella quale stava con altri ragazzi, nel disperato tentativo di fuggire da una sparatoria che li vedeva coinvolti. San José, California. Pedro Dado Cortez, diciotto anni, vive con i nonni nel quartiere di Capitol Park, ad est della città. Verso le quattro del pomeriggio Pedro esce con i suoi amici. Sebbene sia pieno giorno, l’area è infestata dalle gang locali e quella è l’ora più pericolosa per uscire. Pedro ed i suoi amici vengono avvicinati da una decappottabile e un uomo con il volto nascosto da una bandana inizia a sparare colpendo Pedro, che muore sul colpo. Houston, Texas. Edwin Rajo è un ragazzo di origini ispaniche, alto, snello e di bell’aspetto, con capelli neri e crespi e sopracciglia folte, il viso liscio e la carnagione diafana. Frequenta spesso Camilla, una ragazza proveniente da una famiglia difficile e probabilmente appartenente ad una delle gang locali. Nel passare un pomeriggio insieme, è la stessa Camilla, che per gioco e senza avere la più pallida idea di come maneggiarla, punta una pistola sul petto di Edwin e preme il grilletto. Edwin morirà dopo qualche minuto…

Sono solo quattro delle dieci storie che Gary Younge, giornalista inglese, rac-conta nel suo libro. Figlio di immigrati delle Barbados, ha una moglie america-na. Si trasferiscono negli Stati Uniti nel 2003, quando Younge inizia a lavorare al “The Guardian” come corrispondente. Dopo aver vissuto per otto anni a New York e poi a Chicago, tornano nel 2015 in Gran Bretagna. Come molti europei che si trasferiscono nel continente americano, Younge ha inizialmente considerato se stesso uno spettatore di un mondo molto diverso da quello in cui era cresciuto, protetto da quella distanza culturale di cui godeva in quanto britannico. Ma quando la sua situazione personale è cambiata (la nascita del primo figlio e poi della seconda figlia), ha iniziato a sentirsi coinvolto e i problemi delle persone conosciute, e quindi della società americana, hanno cominciato a toccarlo da vicino. Quello delle armi è uno dei tanti aspetti difficili, una delle note dolenti del continente americano. Infatti, la cultura nazionale delle armi da fuoco non è comprensibile per la maggior parte degli stranieri che vivono negli Stati Uniti e per chi osserva dall’esterno. Questo libro parla di bambini e ragazzi: ragazzini, che, in quanto adolescenti americani ‒ come riporta Younge ‒ “hanno diciassette volte più probabilità di essere uccisi da una pallottola rispetto ai loro omologhi degli altri Paesi ad alto reddito”. Secondo le statistiche riportate dal giornalista, infatti, nel Regno Unito ci vogliono più di due mesi perché le armi da fuoco uccidano un numero di ragazzini equivalente a quello che negli USA muore in un giorno. Ed il rischio aumenta se i ragazzini in questione sono di colore. Il contenuto di questo libro dimostra quanto indicato dalle statistiche: nello scegliere causalmente una data (23 novembre 2013), dei dieci ragazzini morti in quel giorno negli Stati Uniti, di cui il libro racchiude le storie, tutti erano di sesso maschile, sette erano neri, due ispanici e uno bianco. Tuttavia il giornalista tiene a sottolineare che il testo non vuole essere un libro sulla questione razziale, né un libro sul controllo delle armi o sul confronto tra Stati Uniti e Gran Bretagna. È piuttosto un libro sull’America e sui ragazzi americani; è “l’instantanea di una società che rende queste morti possibili… la cui cultura politica è del tutto incapace di creare un contesto in grado di evitarle” e “(…) anche se nessuno se ne rende conto cose del genere succedono ogni giorno. E il 23 novembre 2013 non ha fatto eccezione”.



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