Un altro giro, sciamano

Un altro giro, sciamano
In un bar che sembra uscito fuori da un film di Robert Altman un uomo passa la serata a bere whisky in compagnia di un amico, uno che non è tanto sveglio anche se gli piace pensare di esserlo e che sbarca il lunario facendo lo sceneggiatore di sit-com “del cacchio”. A dare ritmo alla serata c’è la canzone di Leonard Cohen “Dance me to the end of love”, ancora e ancora, e via un altro giro di J&B apostrofando il barista nervoso e sudato con «Un altro giro, sciamano!». In una serata così sciolta c’è il tempo anche per piangere e per riflettere sull’amore e sulle mogli, e su quanto le due cose siano distanti e uguali allo stesso tempo, con la lucidità di a trent’anni non fa più progetti perché ormai i progetti è arrivato a viverli. Allora perché volere qualcos’altro? Un pezzo avanti, o meglio un bel pezzo indietro, un bambino vive l’invidia di vedere i suoi amici svettargli davanti facendo a gara sui trampoli, lui che i trampoli non li ha e che li può solo sognare ammirandoli dal basso verso l’alto. Il bambino sogna anche l’approvazione del figlio del preside, uno dei ragazzi grandi più in gamba, uno che prima lo salutava e che adesso che ha la ragazza non lo degna neanche di uno sguardo. In una sera dove il realismo esasperato si fonde con dei toni fiabeschi i dilemmi e la frustrazione del bambino convergono in un desiderio di riscatto e in un’improvvisata avventura che lascia l’amaro in bocca…
Questi sono due frammenti da ricollocare in quel grande mosaico di attimi che è Un altro giro sciamano, un insieme di racconti che diventano un unicum in un romanzo che assume infine le sembianze di un viaggio on the road che attraversa luoghi e tempi. E forse è proprio il paesaggio il cuore pulsante del libro, una Romania raccontata con amore e disincanto, in bilico tra felicità e insoddisfazione, fallimento e successo, come i personaggi che popolano le pagine di Teodorovici. In questo viaggio il tempo si muove avanti e indietro plasmando la forma di un Paese in continua evoluzione e involuzione, oscillando tra l’eredità di una cultura contadina, i fantasmi del comunismo e un’agognata modernità. Lucian Dan Teodorovici è uno dei rappresentanti della migliore narrativa romena contemporanea e realizza con questo libro quello che è insieme un romanzo intimistico e un manifesto del proprio Paese, un romanzo che scarnifica fino all’osso le fragilità, le attese e le gioie dei protagonisti, che si muove con una scrittura realista, dai toni pasoliniani, capace di rendere la vita attraverso immagini quasi cinematografiche. Questo di Teodorovici non è insomma un libro per l’estate, o almeno non è solo questo, è un libro da leggere, spiegazzare e riporre in libreria. Un libro da ritirare fuori ogni volta che si vuole richiamare alla mente una suggestione, una riflessione o anche solo rimettersi idealmente in viaggio sulle strade di un Paese che vi sarà mai sembrato così vicino.

Leggi l'intervista a Lucian Dan Teodorovici

 

 

 

 
 
 
 
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