Un Angelo in canonica

Un Angelo in canonica
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Sanfruttone, piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e si parlano, ha una nuova chiesa, dedicata al culto dei Cristiani Avventisti del Settimo giorno. E quindi anche una nuova congregazione. Qualcosa di così nuovo e diverso che i paesani ‒ oltre a non sapere di cosa si tratti sul serio ‒ fanno perfino fatica a nominarlo durante le loro chiacchiere nel bar cittadino. Eppure questo è solo l’inizio della rivoluzione che sta per abbattersi sulla piccola località. Don Riccardo, il nuovo parroco ‒ che pur forestiero è sempre stato ben voluto perché è uno che al suo compito ci ha sempre tenuto, tanto da essere andato perfino nella biblioteca vaticana a scoprire se Fruttone fosse davvero un santo mai esistito ‒ viene travolto da uno scandalo considerato tra i peggiori che possano lambire un prelato. Iliona, la giovane e attraente perpetua della parrocchia è incinta e non solo don Riccardo è il maggiore sospettato ma da quel momento in poi nella piccola località abruzzese cominciano ad accadere fatti del tutto insoliti e degni di sospetto per un paese che negli ultimi decenni non ha visto accadere proprio un bel niente di particolare. E allora chi è che sta sconvolgendo la vita di Sanfruttone e chi è Angelo, un giovane arrivato in canonica con una laurea fresca di stampa e una raccomandazione dell’arcivescovo de L’Aquila?

Romanzo di non conferma, diciamola così, dopo l’interessante esordio nella fiction con L’anormale, per un autore che con tutta evidenza ce l’ha messa tutta per creare un giallo leggero e ricco di tanti personaggi ed eventi, ma invano. La narrazione resta piatta, scolastica, pochissimo affascinante. La storia a tratti si perde e annoia, come nelle scene con i due parroci accanto al caminetto a leggere i vangeli o a ricordare le missioni in Africa. Un Angelo in canonica alla fine è un romanzo scialbo, nel quale nonostante alcune descrizioni indovinate di luoghi e personaggi il lettore non si sente coinvolto e fa fatica a portare a termine la lettura. Probabilmente la grande esperienza e il bel talento di Andrea Girelli quanto scrive di sport (ha fatto il giornalista professionista per una vita, è stato vicedirettore del “Corriere dello Sport-Stadio” e inviato speciale in sette Olimpiadi) non è riuscito ad emergere appieno in questo lavoro, in cui nonostante una scrittura professionale ed equilibrata mancano uno stile e linguaggio accattivanti, qualcosa di moderno e seducente. Invece col suo Un angelo in canonica Girelli sembra strizzare troppo l’occhio a Guareschi, che sì è stato uno scrittore di grande importanza e con un’impronta indimenticabile, ma appartiene ormai a un momento storico differente, lontano nel tempo e nel gusto.



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