Un bacio alla cannella

Un bacio alla cannella
Easy Rawlins è un duro. Uno che si arrabatta tra mille lavori (tra cui l’investigatore privato), che ha la battuta sempre pronta, un modo di fare spiccio e nove vite come i gatti. Vive nella Los Angeles degli anni Sessanta, dove la rivolta razziale rimane memoria storica nello sfondo, con la sua donna, un figlio adottato, e la piccola Feather, figlioletta che adora ma che soffre di una debolezza perenne causata da una grave infezione al sangue. Curarla costa, e per trovare quei trentacinquemila dollari che possono salvarla Easy è disposto a fare qualunque cosa: si procura un “lavoretto” grazie all’amico e compagno di guai Mouse, ma all’ultimo momento riesce ad evitare di invischiarsi in affari pericolosi ottenendo un caso su cui investigare. Easy deve trovare un ricco avvocato bianco sparito nel nulla e la sua bellissima amante di colore, una giovane ragazza chiamata Cinnamon. La storia si sposta così a San Francisco, in preda alla febbre hippy, dove il caso si fa sempre più ingarbugliato e tra killer senza scrupoli, giovani donne pronte a buttarsi tra le sue braccia e misteriosi documenti estremamente compromettenti, il caso Cinnamon si fa sempre più complicato...
La questione razziale viene di solito trattata da un certo cinema mainstream nel solito modo pateticamente semplicistico: gli ingredienti tipo sono il tizio di colore incazzato col mondo, le difficoltà economiche, il ghetto, i bianchi cattivi, il bianco buono (uno o poco più), e molti colpi di rivoltella sparati un po’ a caso... questa storia noir invece riesce a mantenere le critiche sociali sullo sfondo, e la “negritudine” di Easy spunta fuori solo in funzione di battute taglienti o riflessioni en passant, tra un indizio e l’altro, quasi come un dettaglio ambientale, che dà colore alla storia senza tuttavia dettarne costantemente il ritmo. L’abilità della prosa di Mosley è indubbia, la trama si districa con una fluidità immediata, le parole non sono mai fuori posto, e nemmeno le spacconerie di certi personaggi risultano mai ridondanti. Il ritratto e lo spessore psicologico dei personaggi è sempre vivido, che siano essi le donne che tentano in ogni modo di mettere Easy in posizione orizzontale (ce ne sono molte, e ne fanno quasi il Dylan Dog della situazione), o gli amici tuttofare che si occupano di affari più o meno leciti. L’evoluzione introspettiva di Easy Rawlins è credibile, autentica, e rivela l’invidiabile capacità di Mosley di maneggiare sentimenti e scene d’azione con la stessa identica bravura, miscelandoli in una storia che non annoia mai, dove non si cade - neanche per un momento - nella scontata banalità da noir investigativo da quattro soldi.

 

 

 
 
 
 
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