Un bene al mondo

Un bene al mondo
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C’era un bambino che teneva al guinzaglio il suo dolore e c’era un piccolo paese vicino a una montagna. Una strada, una piazza, vicoli, cortili, la scuola, il bar, il cimitero e la ferrovia a segnare il confine ideale con un mondo che rimaneva al di là. Il bambino era abituato a vivere con il suo dolore, lo portava sempre con sé, “come capita spesso, si assomigliavano, e sarebbe stato impossibile dire chi dei due assomigliava a chi”. Ma il bambino aveva anche una mamma che viveva chiusa nei suoi silenzi e un papà che possedeva un dolore ancora più grande del suo, un dolore pericoloso che rovesciava i tavoli e aggrediva le persone. C’era poi una bambina sottile che un giorno per caso si accorse del bambino e si prese cura del suo dolore, diventando il posto in cui il bambino avrebbe desiderato rimanere per sempre. La bambina abitava al di là della ferrovia, oltre il passaggio a livello, tra palazzi in cui i dolori degli altri erano feroci e la polizia arrivava spesso a portar via la gente. Dopo qualche passeggiata nei boschi e pomeriggi spesi a vedere i treni passare, la bambina decise di non farsi più trovare. Così il bambino credette di morire di tristezza e si rifugiò spesso nel cimitero del paese e anche il suo dolore non si fece più vedere. Ma il posto del bambino non era tra i morti, e lo capì un giorno quando insieme al suo dolore, finalmente tornato scodinzolante accanto a lui, decise di prendere un treno e partire lontano, lasciando nella sua casa-cubo, con i genitori, un bambino identico a sé. E in quelli che sembrano giorni ma in realtà furono anni, il bambino divenne un uomo e la sua storia continuò a vivere su strade diverse da quelle di ieri...

Esistono storie che vivono della semplicità di parole piccole. Luoghi fatati in cui tutto sembra possibile, favole incantate che hanno il passo lieve dei racconti per bambini. Eppure questa non è una favola per bambini e non è nemmeno la descrizione di un mondo ideale in cui il bene trionfa e il male viene sconfitto. Questa è una parabola infinita, il nucleo centrale e originario da cui tutto prende forma e diviene sostanza. È il tempo che passa con la consapevolezza compiuta di un percorso in salita, è un’infanzia che si fa coraggiosa fin dai suoi primi vagiti e cammina, cresce, si nutre di angosce, arrampicate e cadute necessarie. Andrea Bajani dice che ha impiegato praticamente tutta la sua vita prima di arrivare a finire questo libro, tredici stesure in cui tutto restava sempre imperfetto, una spina in gola, come la descrive l’autore, a cui serviva l’ultimo colpo di tosse per trovare una via di fuga. Si sente ovunque l’anima dello scrittore bambino, il suo voler tornare alle origini di un tempo passato che tracci la strada per un percorso di crescita e formazione a cui nulla è sottratto. Si percepisce la fatica con cui il protagonista avanza attraverso la sua infanzia difficile e perigliosa come le infanzie che hanno abitato gli anni forse dimentichi di ognuno di noi. Il bambino ama il suo dolore, non lo chiude dentro uno sgabuzzino, sa che quel dolore una volta riconosciuto e battezzato può diventare una risorsa preziosa e il modo per combattere il buio della vita. Lui ha uno zainetto che è il suo paracadute, un quaderno per disegnare sopra una coperta che diventa la sua zattera, un universo di solitudine universale che cerca di combattere con le piccole armi che possiede. In un microcosmo che ha le sembianze di un cubo in cui c'è una porta per ogni stanza, il bambino impara che la nostalgia è l’unico posto in cui si sente davvero al sicuro “perché tutto era già successo e non doveva aver paura di niente. Per essere felici, pensava il bambino, sarebbe bastato non uscire mai più da quel posto di cui aveva le chiavi”. Solo crescendo capirà che la nostalgia non può bastare e che prima o poi bisogna avere il coraggio di abbandonare i luoghi sicuri (la stanza, il cimitero, il paese, la bambina) per correre incontro alla vita e affrontarla. Con tutto il bagaglio necessario, con il dolore-amico che ci resterà accanto o a volte deciderà di andare via, ma sempre e comunque con la coscienza di affrontare il futuro, “in piedi sopra gli argini”, aggrappandosi magari alla più leggera delle cose che scendono. Impariamo così che il dolore può andare e tornare senza preavviso, dormirci accanto senza farci del male ma anche stare lontano senza che ne sentiamo la mancanza. È qualcosa che nasce con noi e può diventare un alleato se se ne imparano le coordinate e i giusti tempi. Il dolore e l’amore come due facce indistinguibili di una stessa medaglia, il prezzo dell’essere vivi, lo sforzo di provare ad immaginarci fragili ma inaffondabili. Perché ci sono strade e piazze e vicoli e ferrovie in ognuna delle nostre vite, puntini rossi come quelli che troviamo nella meravigliosa copertina di Mara Cerri, fari anche nel buio più buio della più buia delle notti e quaderni vuoti in cui far scorrere parole nuove per i bambini che siamo stati e per gli uomini che siamo diventati senza il timore di tentare un altro viaggio.



 

 

 

 
 
 
 

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