Un borghese piccolo piccolo

Anni ’70, Roma. Giovanni Vivaldi è un impiegato di mezza età del Reparto Pensioni di un Ministero, anch’egli vicino all’agognata uscita di scena dal lavoro. Per trent’anni ha sudato (per modo di dire) dentro quel palazzone, come una formichina, riuscendo alla fine a permettersi una moglie, una casa, una FIAT 850 e una baracchetta al mare dove andare a pescare la domenica: per uno venuto dalla campagna senza niente in tasca è anche troppo. Il suo sogno ora è che il figlio Mario, giovane e serioso ragioniere, possa entrare anche lui al Ministero e assicurarsi un futuro altrettanto tranquillo e privo di sorprese. Ma c’è lo scoglio del concorso da vincere: possibile che il dottor Spaziani, il suo Caposezione, che con Giovanni ha così tanta confidenza, non possa fare nulla per raccomandare Mario? L’orale sarà una formalità - gli assicura Spaziani - ma bisogna superare lo scritto, e non è affatto facile. A meno che... a meno che Giovanni non aderisca alla Massoneria. In quel caso qualche manina in alto potrebbe far arrivare a Mario in anticipo le domande del concorso. Il povero impiegato di mezza età sarebbe disposto a tutto pur di aiutare suo figlio, e quindi si prepara con coscienza e zelo a chiedere di entrare nella Loggia massonica di Rito Scozzese “Arturo Toscanini” per intercessione di Spaziani...

L’Italia che Vincenzo Cerami ci racconta - sin dal titolo paradigmatico - in questo romanzo del 1976 non è quella ormai consueta degli anni di piombo o della malavita coatto-glamour: è quella delle persone normali, che di solito resta sullo sfondo nei romanzi e nei film ultimamente così di moda. L’Italia dei bottegai, delle casalinghe, degli impiegati: un popolo di comprimari senza ideali rivoluzionari, senza fascino maledetto, senza particolare coraggio. Un’Italia grigia e dimessa che ha come santo Graal la conquista del “posto fisso” in banca, alle Poste o meglio ancora in qualche angolo nascosto dell’elefantiaco apparato dello Stato. E che per raggiungerlo non esita a elemosinare una 'spintarella', entrando con zelo entusiasta e disinvolto nella schiera dei clientes di questo o quel pezzo grosso o aderendo a lobby più o meno occulte, più o meno lecite. È la storia che la stragrande maggioranza degli impiegati pubblici intorno ai 60 anni oggi può raccontarvi con l’aria di chi ce l’ha fatta, è il rito forse inevitabile che la piccola borghesia perpetua in forme sempre diverse in ogni società capitalistica. Ma nel romanzo d’esordio di Cerami la violenza fa comunque capolino, non ha pietà di questa famiglia invisibile, e una pallottola vagante (letteralmente ma anche metaforicamente) scaraventa Vivaldi Giovanni sotto i riflettori, costringendolo a un ruolo attivo nella sanguinaria commedia dei Seventies italiani. Con uno stile piano e asciuttissimo, in nemmeno 130 pagine che si leggono in un’ora al massimo, l’autore ci racconta la vendetta di un Fantozzi defraudato del suo centro di gravità permanente, senza compiacimenti e senza ammiccamenti. E con un nitido agnosticismo che quarant’anni fa era quasi postmoderno.



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