Un capitano

Francesco, a soli otto mesi, sulla spiaggia di sassi di Porto Santo Stefano porta a spasso con i piedi un pallone Super Santos, mentre la maggior parte dei suoi coetanei nemmeno cammina ancora. E con quel pallone arancione ci vuole addirittura dormire, non lo molla un attimo. In compenso ci mette parecchio a parlare correttamente, quasi cinque anni. È un bambino timidissimo e quando rimane solo a casa perché il padre è al lavoro, il fratello maggiore Riccardo è a scuola e la mamma va a fare la spesa, si spaventa a morte per ogni piccolo rumore e si rannicchia sotto le coperte fingendosi morto o alza al massimo il volume del televisore per far sparire tutto il resto. Alle elementari Francesco vive praticamente in strada, a via Vetulonia. Torna da scuola (deve solo attraversare la strada, la “Manzoni” è proprio davanti casa) e si siede sul balcone a fare i compiti: appena scorge un volto conosciuto si precipita giù gridando alla madre che “lo stanno aspettando tutti”. Lei fa appena in tempo a chiedergli se ha finito di fare i compiti, lui le urla tre sì e subito dopo è troppo lontano per sentire eventuali repliche. E una volta in strada, si gioca a pallone per ore e ore. Ma Francesco non gioca come tutti gli altri. Lo ha capito per la prima volta a cinque o sei anni, giocando a Paperelle. Di che si tratta? “Una fila di ragazzi si dispone in cima a una scalinata (…) e al via si muove prima in orizzontale e poi, scendendo i gradini, in diagonale fino alla base. Distante una decina di metri, il tiratore tiene davanti a sé alcuni palloni, con i quali deve colpire appunto le paperelle prima che abbiano completato il loro percorso”. Un gioco difficile, anche perché i palloni a disposizione di un gruppo di ragazzini sono tutti diversi e vanno dunque calciati in modo diverso. Ebbene, al primo tentativo il piccolo Francesco aveva colpito tutti i bersagli. Al secondo tentativo tutti meno uno. Al terzo, ancora tutti i bersagli. Quel bambino biondo, gracile e introverso diventa imbattibile a “Paperelle” e in breve una leggenda del quartiere, il piccoletto che i grandi vogliono sempre in squadra con loro nelle interminabili partite in cui ci si gioca un gelato. “Ero una tale sentenza che, quando una volta mi successe di perdere, spesi una fortuna perché tutti se ne approfittarono: nessun Arcobaleno, il ghiacciolo che costava meno, tanti Twister panna e cioccolato, roba da ricchi. E quando gli ricapitava l’occasione!”…

È – in modo un po’ inatteso – il giornalista della “Gazzetta dello Sport” Paolo Condò (noto anche come opinionista di Sky) ad aggiudicarsi l’ambitissima curatela della (auto)biografia di Francesco Totti, un vero e proprio Graal per tanti, tutti i giornalisti sportivi romani che forse proprio per evitare malumori l’ex capitano della Roma ha preferito affidare ad un esterno, ad un “milanese” (anche se Condò è triestino). Hanno aiutato Condò in questa impresa il collega Alessio Nannini, born in Quadraro, a cui è stato affidato il compito di “spiegargli la romanità” e l’editor Andrea Canzanella che – per citare i ringraziamenti di Totti in coda al libro – “ha lavorato in profondità sul testo migliorandolo in numerosi punti (l’ha ammesso anche Paolo, sia pure a denti stretti)”. Il libro come prevedibile segue passo passo tutta la carriera del Totti calciatore, dalle giovanili all’esordio con la Roma di Boŝkov, dal paterno ma burbero Mazzone alle incomprensioni con Carlos Bianchi che rischiano di farlo finire alla Sampdoria, dall’esplosione con Zeman al debutto in Nazionale con Dino Zoff Commissario Tecnico, dalla prima fascia di capitano indossata (per una squalifica di Aldair, che di sua iniziativa personale dopo poche partite gliela cede definitivamente) all’arrivo di Capello sulla panchina della Roma, dal biennio magico 2000-2001 con il mitico “Mò je faccio er cucchiaio” durante gli Europei e lo scudetto all’amore-odio con Antonio Cassano, dal tormentato no al Real Madrid al gravissimo infortunio del 19 febbraio 2006, dal Mondiale conquistato in Germania sotto la guida dell’idolatrato Marcello Lippi alla prima positiva esperienza con Luciano Spalletti allenatore (che scopriamo maniaco dei coltellini svizzeri e uso a “mettersi a correre nudo nel corridoio degli spogliatoi”), dallo scudetto mancato con Claudio Ranieri all’avvento di James Pallotta, per finire con tutti i retroscena della “guerra” tra Totti e il redivivo Spalletti (quasi integralmente anticipati sui media per creare “hype” attorno al libro) e la indimenticabile ultima partita giocata. Ampio spazio è dato anche alla storia d’amore con Ilary Blasi (mentre comprensibilmente altre vicende sentimentali sono appena accennate o del tutto omesse, con relative polemiche e illazioni in tv e sulla pubblicistica gossip). A parte l’ovvio interesse che le memorie di un così grande campione possono suscitare in un appassionato di calcio, cosa rimane di questo Un capitano? La coppia Totti-Condò insiste molto sul rapporto con la città, sul legame tra un idolo e il suo popolo, così viscerale da determinarne anche le scelte professionali (Totti spiega di non aver firmato con il Real Madrid, rinunciando a cifre spropositate e alla consacrazione internazionale, perché non avrebbe saputo come spiegare questo “tradimento” alla madre Fiorella e alla gente). Il neo-dirigente della Roma oscilla tra un’esibita timidezza/umiltà (“(…) Ancora oggi entro con la squadra in uno stadio, in un aeroporto, in un albergo e tutti corrono da me. In quei momenti vorrei scavarmi una buca e sparire: non gioco più, ora i protagonisti sono altri, andate da loro e caricateli di amore come avete fatto con me per venticinque anni. Andate da Daniele, adesso è lui il nostro capitano. Macché”) e slanci autocelebrativi quasi messianici (“Io sono di più, il figlio e il fratello”). La sicurezza in se stesso dal punto di vista tecnico – più che giustificata, ci mancherebbe – è invece costante in tutto il suo racconto, a costo di sembrare a tratti persino inelegante. Come sempre invece Francesco Totti ha mostrato una sensibilità sociale non comune e ha deciso, di concerto con la Rizzoli, di devolvere gran parte dei profitti derivati dalla vendita del volume – che pur ottenendo numeri record è stata funestata da una diffusa pirateria – all’iniziativa dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù denominata 4YOU, finalizzata ad affiancare durante l’adolescenza gli ex pazienti oncologici pediatrici.



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