Un cigno selvatico

Un cigno selvatico

La gran parte di noi non corre rischi. Se non siete un sogno delirante nel sonno degli dei, se la vostra bellezza non turba le costellazioni, nessuno vi lancerà un incantesimo”. Se un incantesimo ha trasformato in cigno dodici fratelli undici saranno liberati dall’amorevole tessitura di una sorella, l’ultimo sarà libero solo in parte e conserverà un’ala di cigno al posto del braccio destro… Se hai la fortuna di incontrare un principe, sarà di sicuro uno col feticcio della morte apparente… Esserti ritirata a vivere sulla più alta delle nuvole insieme al tuo gigante non salva il tuo grande cuore generoso dall’avidità insaziabile di un ragazzino che scalerà piante di fagiolo per spogliarti di tutti i tuoi averi e ferirti… Aver fatto del tuo corpo un tempio dell’amore per 40 anni non ti risparmia la solitudine quando non vi sono più adepti in adorazione, la tua ansia di contatti e affetto espone te e la tua casa di dolciumi alle devastazioni e agli appetiti da tossici di due ragazzini scheletrici arrivati dal bosco di soppiatto… Non c’è amuleto capace proteggere la famiglia White da una scelta avventata… L’avidità di un padre si scontra con l’avido, consumante desiderio di paternità di un altro e in gioco c’è la primogenitura di una figlia venduta alla curiosità rapace di un sovrano … Il fatto che la ragazza che ti sorrideva al corso di Studi umanistici finalmente si spoglia e sembra non infastidita dalla tua gamba amputata non prelude a una felice vita insieme, ti sei innamorato di lei non come il soldatino della ballerina, ma in maniera pragmatica, hai faticosamente gestito un matrimonio, la disillusione, hai tentato di raccontare la magia ai figli, sei tornato dall’inferno, ma nulla di tutto ciò ti guadagnerà il “vissero per sempre felici e contenti”…

Non ci sono illusioni possibili nel quotidiano, le fiabe e i mondi in cui si muovevano i personaggi che nutrivano la nostra fantasia e popolavano le nostre veglie serali sono in frantumi davanti ai nostri occhi, hanno dovuto soccombere dopo due secoli ai feticci, alle droghe sintetiche, a Grindr e Tinder, agli incidenti d’auto, alle mutilazioni e alle crisi di coppia. Nonostante tutto, però, i non-protagonisti delle fiabe di Andersen, alla cui angolazione visiva Michael Cunningham affida il proprio excursus con tanto di scarponi chiodati nell’immaginario di due secoli di bambini, mantengono intatta una loro poeticità drammatica, una sorta di dolente rifiuto a lasciarsi scalfire dalle onde melmose della quotidianità. Sia che osservino il mondo dal fondo di un bicchiere in un dive bar, sia che guardino scorrere la vita da torri da improbabili finestre domestiche, sono eroi ammaccati ma non sono mai veramente sconfitti, non hanno rinunciato a un destino eroico ma hanno con rassegnazione abbracciato la croce delle propria meschinità, dei limiti, delle inadeguatezze, delle debolezze e delle più o meno consapevoli idiosincrasie sia proprie che altrui e le indossano come bandiere sgargianti, se ne fregiano e le portano con orgoglio. Cunningham si cimenta per la prima volta con le favole e lo fa con uno stile inarrivabile, una delicatezza poetica e narrativa senza pari nel genere, creando delle piccole acqueforti che rivaleggiano in bellezza con le illustrazioni mozzafiato di Yuko Shimizu che impreziosiscono questo catalogo di storie di non protagonisti: amanti condannate all’eterno ruolo di terza, donne i cui stupendi capelli causano una catastrofe, uomini e donne succubi del potere maligno dei desideri che si avverano, bambini e ragazzini avidi e pigri con pulsioni da adulti, nessuno è reputato indegno di essere raccontato da uno più grandi autori americani viventi, né tanto meno il divertissement, la rivisitazione delle fiabe risulta per lui un genere minore, con cui si cimenta per diletto. Ci regala, invece, un prodotto completo, meraviglioso, capace di reggere il confronto con i suoi precedenti capolavori come Le ore, Una casa alla fine del mondo, Cane e sangue.



 

 

 

 
 
 
 

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