Un eroe dei nostri tempi

Un eroe dei nostri tempi
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XIX secolo, Impero russo. Fa freddo e il viandante partito da Tiflis e diretto a Stavropol’ è in balia dell’inerzia degli osseti che guidano la carretta su cui viaggia, mentre una tempesta di neve è in agguato. L’incontro fortuito con Maksim Maksimyč, capitano dell’esercito russo, indomito e sicuro di sé, gli infonde però calma e ristoro, non solo perché devono raggiungere la stessa destinazione e faranno il percorso insieme, ma anche perché il capitano inizia a raccontargli una storia affascinante. È la storia dell’ufficiale dell’esercito russo Pečorin, della sua algida bellezza, della sua cieca spavalderia, della sua tristezza indecifrabile, del suo perenne tormento, della sua noia destabilizzante, della sua tragica relazione con la bellissima Bela. Il viandante è rapito da quel racconto e quando, giunti a destinazione, deve salutare il capitano Maksim Maksimyč, quasi non vorrebbe farlo, per continuare ad ascoltare. E il destino lo esaudisce: il viandante incontrerà nuovamente Maksim Maksimyč, e poi Pečorin stesso, entrerà in possesso dei diari del tenebroso ufficiale e la mestizia di quelle memorie lo travolgerà, facendogli conoscere una principessa agonizzante per amore, una donna consumata dal ricordo di una passione, un uomo ucciso per un finto onore…

Pubblicato per la prima volta in Russia nel 1840, Un eroe dei nostri tempi è tornato a risplendere di nuova vita (in passato, in Italia, era già stato oggetto di stampa per volontà di diversi editori) per i tipi di Marcos y Marcos e la sua è una risurrezione che sa di buono. Opera a più voci (il viandante, Maksim Maksimyč e Pečorin, che è l’asso del trio), questo romanzo è una rappresentazione ficcante del lato oscuro dell’animo umano. A emergere è il ritratto di un’umanità che si trova a fare i conti con l’apatia e la disillusione, che si abbandona ai vizi, che rinuncia alla virtù, che non conosce l’amicizia, l’amore, la felicità. E Pečorin, protagonista indiscusso di questo ritratto, con il suo malanimo, con la sua noia nei confronti della vita, con il desiderio insoddisfatto di emozioni sempre nuove che diano un senso alla propria esistenza per combatterne l’amarezza, è l’emblema di questa umanità. Ed è un emblema senza tempo. Poco importa, infatti, il collocarsi delle sue gesta in un lontano Ottocento, perché esse sono comunque perfette per dipingere qualunque uomo (del passato e del nostro tempo) malato di disperata solitudine e di cupa insoddisfazione. Scrive Michail Lermontov, parlando di se stesso e di questo suo lavoro: “L’autore di questo libro […] si è semplicemente divertito a dipingere l’uomo contemporaneo così come lo comprende e, per sua e per vostra sfortuna, troppo spesso l’ha incontrato. Sarà allora così, che la malattia è stata individuata, ma come curarla lo sa soltanto Dio”.



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