Un eroe del nostro tempo

Un eroe del nostro tempo
Autunno 1837. Sulla Strada Militare Georgiana che da Tiflís (oggi Tbilisi) porta a Vladikavkàz, un viaggiatore incontra per caso un uomo di mezza età vestito da ufficiale - ma privo di spalline - che in testa porta un colbacco circasso. È Maksìm Maksìmyč: capitano in seconda, esperto di genti e terre caucasiche. Sorpresi da una tormenta di neve, i due si rifugiano in una capanna e lì, sorseggiando un tè, Maksìm Maksìmyč racconta la vicenda accadutagli cinque anni prima in una fortezza oltre il Tèrek, quando conobbe un giovane di circa venticinque anni, tale Grigórij Aleksàndrovič Pečórin. Di media statura, sana costituzione e abitudini a prima vista da gentiluomo, quel ragazzo «era simpatico, ve lo assicuro; soltanto un po'strano». Ha infatti qualcosa di bizzarro nello sguardo: i suoi occhi splendono di uno scintillio abbagliante ma freddo, come se fossero dei pezzi di acciaio levigato e, cosa ancor più singolare, è come se quelle iridi non ridessero mai assieme a lui - segno di una natura cattiva o di una tristezza profonda, costante. Maksìm Maksìmyč ha conservato alcune carte appartenute a Pečórin per tanto tempo, ma chi dimentica un vecchio amico non merita nessuna attenzione e ora è tempo di sbarazzarsi di quei dieci quadernetti fitti di parole. Il viaggiatore però è molto curioso, non può fare a meno di recuperare quei fogli e leggerli...
Pubblicato per la prima volta nel 1840, Un eroe del nostro tempo è l'unico romanzo scritto da Michail Lermontov. Tra le sue pagine non si racconta una personalità esemplare ma, secondo le parole dello stesso autore, si delinea «un ritratto composto con i vizi di tutta la mia generazione nel loro pieno sviluppo». La figura di Grigórij Aleksàndrovič Pečórin si fa strada nell'immaginazione del lettore pian piano: come in certi giochi enigmistici in cui l'immagine finale compare solo dopo aver annerito alcuni spazi o collegato dei puntini. Il protagonista, infatti, si rivela in tutta la sua malvagia essenza solamente al termine di un percorso suddiviso in cinque storie che non seguono il filo cronologico degli eventi e si basano su diversi punti di vista (quello di Maksìm Maksìmyč, quello del viaggiatore e, da ultimo, quello dello stesso Pečórin nel suo diario). È una messa a fuoco lenta e graduale, che consente all'autore di ottenere risultati spesso sorprendenti: “l'eroe”, ad esempio, muore circa a metà libro, ma questo sembra paradossalmente non avere alcun impatto sulla vicenda (tanto che leggendo il diario ci si può persino dimenticare che chi sta parlando è già morto!). Par di vederlo a lettura ultimata questo spregevole Pečórin, incapace di amare o di coltivare un qualsivoglia rapporto umano. Par di vederlo. E non è poi così diverso da certi uomini che s'incontrano anche al giorno d'oggi.  

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