Un gentiluomo a Mosca

Un gentiluomo a Mosca
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“Non è compito di un gentiluomo avere un’occupazione”. Sono passati quattro anni e mezzo da quando la rivoluzione bolscevica ha spazzato via la vecchia aristocrazia della Russia zarista. È il 21 giugno 1922 quando il Conte Rostov viene accompagnato fuori dai cancelli del Cremlino per essere condotto in una delle stanze del glorioso Hotel Metropol in Piazza del Teatro a Mosca. Il Conte è però costretto a lasciare la propria suite 317, quella al fondo del lungo corridoio foderato di tappeto rosso, quella con la sala da pranzo e le finestre alte più di due metri che danno sui tigli della piazza. Da oggi non risiederà più lì. Scortato da un Capitano e due ufficiali, Rostov percorre una scala di servizio fino al sesto piano, attraverso uno stretto passaggio su cui si affacciano cinque stanzette simili a celle monastiche. Una di quelle camere è la sua. Un letto di ferro, un cassettone impolverato, un piccolo armadietto. Può trasferire qui pochi dei suoi averi, solo quelli che ci stanno, il resto sarà proprietà del Popolo. Dopo aver confessato di aver scritto una poesia che esalta le virtù del vecchio ordine, il Conte è accusato di aver ceduto alle corruzioni della sua classe e viene così condannato all'arresto permanente all’interno dell’hotel. Una pena leggera per la giustizia penale russa, che ha punito i dissidenti con condanne ben peggiori. Ma Rostov è avvertito: se metterà piede fuori dal Metropol verrà fucilato…

Se avete amato le atmosfere del film di Wes Anderson Grand Budapest Hotel, allora non perdetevi il secondo romanzo di Amor Towel. Una storia divertente, tenera e ironica che racconta la storia di un aristocratico russo, il Conte Rostov, costretto agli arresti domiciliari per quasi quarant’anni nel più elegante e lussuoso albergo di Mosca, il Metropol. Costruito nel 1905, citato da Bulgakov nel suo capolavoro Il maestro e Margherita, l’hotel era considerato un’oasi di libertà e fasto durante l'epoca sovietica. Al pari di Rostov, l’albergo moscovita è un vero e proprio protagonista del romanzo, con le sue scale di servizio, gli angoli segreti, i magazzini e seminterrati da cui ascoltare le riunioni dei comitati sovietici. Il solo campo d’azione in cui si svolge la vita dei personaggi, una finestra da cui la storia mondiale si avverte appena. Costretto ad un esilio forzato a pochi passi dal Cremlino, il gentiluomo Rostov guarda per più di trent’anni come il mondo in cui è nato e cresciuto lo abbia alla fine bandito e dimenticato e svanisca sotto i suoi occhi. Ma la prigione dorata in cui è stato rinchiuso, più che impedirlo, lo protegge all’interno di uno spazio incantato, al riparo dalle brutalità del regime di Stalin, della fame di massa, delle purghe e persino dalla Seconda Guerra Mondiale. La Storia, quella vera, è solo un’appendice a piè di pagina ricostruita da un narratore ben consapevole del proprio ruolo. Oltre all’invidiabile capacità narrativa di Towels, ciò che rende il romanzo intelligente e spiritoso è il modo in cui il Conte Rostov si attiene a riti e codici di condotta di una élite aristocratica ormai decaduta e decadente, che deve confrontarsi con personaggi molto lontani dal quel modo di essere. Ma sarà proprio l’amicizia con questi personaggi a dare un senso alla prigionia del Conte. Una fra tutti la piccola Nina, che lo prenderà per mano e gli insegnerà l’amore, la fedeltà, l’avventura.



 

 

 

 
 
 
 

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