Un giovedì, dopo le cinque

Un giovedì, dopo le cinque
Torino, primo decennio del Novecento. A distanza di pochi mesi l’uno dall’altro nascono Gianluca Borlengo e Piero Ceriani: il primo di famiglia altolocata e nobile da parte di madre, il secondo di origine piccolo-borghese e figlio di padre ignoto. Le loro madri, a dispetto della diversa provenienza sociale, sono legate da profonda amicizia sin dai tempi del collegio, dunque anche la vicinanza dei figli è inevitabile. Piero, però, non riuscirà mai a prescindere dalla differente estrazione, e passerà la vita all’insegna del livore e dell’invidia sociale verso l’amico, sentimenti che finiranno per costituire la linfa vitale della sua stessa esistenza. Oramai adulto, avendo perso la madre a cui era morbosamente legato, Piero intuisce con chiarezza che condurre una vita parallela a quella di Gianluca rappresenta per lui il solo motivo di equilibrio - un equilibrio perverso ma pur sempre un equilibrio - e si trasferisce a Roma. L’amico, infatti, vi risiede da qualche tempo cercando di sfondare nel mondo del cinema. Per raggiungere Gianluca, Piero accetta l’iniziale sostegno finanziario della contessa Ada Borlengo. Donna Ada conosce le debolezze del figlio e molto probabilmente ne sospetta l’omosessualità, vede, quindi, la presenza di Piero nella stessa città come elemento di rassicurazione più che per Gianluca per lei stessa, impossibilitata ormai ad esercitare alcun controllo materno. In realtà, nella Roma fascista, i due avranno quotidianità assai diverse: Gianluca sempre più lanciato nella carriera di regista, Piero impegnato a sbarcare il lunario come delatore della polizia di Regime. L’amicizia si fa progressivamente discontinua, finché Piero non viene a sapere per caso del matrimonio di Gianluca, avvenuto durante la guerra. Spinto da una costernata curiosità, Piero incontrerà Magda, la donna che, pur conscia di non poter mai essere amata da Gianluca fino in fondo, lo ha sposato ugualmente («Poteva […] accadere, nel clima di emergenza che si era venuto determinando, di scambiare la solidarietà con l’amore o con qualcosa che all’amore finiva con l’assomigliare»). Tra Piero e Magda nasce una passione amorosa ambigua, perché basata sulla comune e crescente disaffezione nei confronti di Gianluca. Poi, un giovedì, poco dopo le cinque…
Antonio Debenedetti (classe 1937), figlio di Giacomo Debenedetti, uno dei maggiori critici letterari italiani del Novecento, conosce Moravia personalmente (sebbene continuerà a dargli del lei per tutta la vita) sin da bambino. Nel 1976, Moravia sarà il prefatore del suo secondo romanzo In assenza del signor Plot, e di impronta profondamente moraviana appare Un giovedì dopo le cinque. Con ciò si intende che la poca attrattiva della materia raccontata (quanti “travet del male”, per dirla con lo stesso Debenedetti, abitano i romanzi contemporanei e non!) viene da subito sublimata in un elevatissimo livello di scrittura letteraria e in una compattezza narrativa di rara potenza. Debenedetti sorveglia talmente bene la pagina da poter ricorrere a delle “deviazioni di stile”. Accade con le metafore e le similitudini - veri e propri sprazzi espressionistici («Cercavo di far finta di niente, tenendo i miei deliri al guinzaglio nemmeno fossero cani bassotti») - che non alterano in nulla la tenuta narrativa, anzi innalzano la qualità letteraria del romanzo. Il torrenziale monologo à rebours di Piero Ceriani è un capolavoro di accidioso nichilismo, dove sordide bramosie erotiche duettano con miserabili atti di viltà quotidiana, e dove il coup de théâtre conclusivo si rivela il tocco di un sapiente drammaturgo. Giorgio Ficara, nel suo recente “Stile Novecento”, ha scritto che «Il nuovo, in letteratura, è dietro di noi, in quel Novecento che non ha affatto esaurito i suoi argomenti, né i suoi impulsi». Ecco, un’opera come Un giovedì dopo le cinque - non a caso Finalista al Premio Strega 2001 e vincitrice della XVIII edizione del Premio Cesare Pavese - sembra dar ragione a tale tesi. Nella manifesta fedeltà di Debenedetti verso la tradizione letteraria di cui è figlio, sussiste come un’eco di gagliardia. Qualcosa di simile a un benefico orgoglio.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER