Un luogo dove non sono mai stato

Un luogo dove non sono mai stato
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Lei ama Nathan dai tempi dell’università, ma lui ha scoperto presto che alle donne preferisce gli uomini. Lui le chiede sempre favori, lei lo aiuta senza mai voler qualcosa in cambio. Lui ha saputo che un suo ex è risultato sieropositivo ed è scappato in Europa, come se si potesse fuggire dalla malattia. Lei nel frattempo si è accorta che lui non le manca; anzi, ha pensato quasi per la prima volta a se stessa: le hanno detto che è bella, è uscita con Roy. Quando Nathan è tornato le ha domandato senza preavviso ancora il suo tempo, tutto il suo tempo… Ellen ha ricevuto l’invito al matrimonio di Diana. “Chi?” ha pensato per un attimo, poi ha capito: ha ancora le trecce che Diana si era tagliata quando loro due stavano insieme. Ellen è tutt’ora lesbica, lo è sempre stata. Diana ha scelto la via più facile, sposerà un uomo... Paul è andato con Ted in un ristorante gay di New York, ma non gli ha detto che è sposato con Susan. Quando racconta la sua vita e per abitudine dice “noi”, sta attento a precisare, mentendo, “io e Charlotte, il mio cane”…

Scritte da un David Leavitt non ancora trentenne, le dieci storie di Un luogo dove non sono mai stato raccontano stralci di vite vissute in grandi città statunitensi (con l’eccezione di due racconti ambientati in Europa occidentale). C’è una ragazza che riceve un invito a un matrimonio, un agente immobiliare che si affeziona a una delle case in vendita, una ragazza che insegue un amore impossibile e altri personaggi che oggi, a quasi vent’anni dalla pubblicazione del libro (1990), potrebbero sembrare piuttosto ordinari. Fernanda Pivano definì “minimalista” la scrittura di Leavitt e infatti è fatta di frasi semplici, dialoghi ridotti all’osso, finali inconcludenti e ritratti senza particolari in rilievo. Ciò che fa la differenza però sono le difficoltà legate all’orientamento sessuale dei protagonisti, raccontate in una società nella quale s’iniziava appena a parlarne apertamente. Nel racconto “Case”, ad esempio, persino a New York due uomini devono darsi appuntamento in un ristorante che essi stessi ritengono “un posto ridicolo”, solo perché è uno dei pochi dove “ci si può comportare come se si stesse insieme”. Tra racconti notevoli (uno su tutti il primo, che dà il nome alla raccolta) e altri più immaturi (il finale di “Case” quasi stona) si arriva a “Le strade che portano a Roma”: pare animarsi sullo stesso sfondo di Io ballo da sola e racconta di una donna, Flavia, che potrebbe essere una versione anziana della Sandra Milo di Giulietta degli spiriti intenta a narrare la sua straordinaria vita. A fine lettura c’è da fermarsi a riflettere a lungo sui progressi fatti dagli anni Novanta ad oggi tra Europa e USA in materia di diritti LGBT e constatare che, sebbene un po’ di strada sia stata percorsa, il tragitto è ancora tutt’altro che breve.



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