Un luogo incerto

Un luogo incerto
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A Londra il commissario Adamsberg dell’Anticrimine di Parigi sta partecipando a un convegno internazionale sui flussi migratori. Non sa una parola d’inglese e star seduto per ore è una delle poche cose che riescono a incrinare la sua proverbiale flemma. Poi, il rinvenimento di un macabro reperto arriva a pungolare la sua lunare indifferenza. Davanti al vecchio cimitero di Highgate - quello, per intenderci, dove è sepolto Karl Marx - ci sono diciassette scarpe. E in ciascuna scarpa c’è il rispettivo piede mozzato. Il che significa nove cadaveri mutilati, e un piede che si è perso chissà dove. Sembrerebbe una grana di esclusiva competenza di Scotland Yard, ma il caso finisce per rimbalzare in Francia quando, pochi giorni dopo, un anziano ex giornalista viene trovato letteralmente spappolato in una stanza del suo villino. Da quel momento per Adamsberg tutto comincia a muoversi molto in fretta. Sia perché qualcuno, ai vertici del potere, sembra interessato a incastrarlo per non fargli scoprire il colpevole. Sia perché l’inchiesta va a intrecciarsi con strane storie di vampiri e di faide familiari, che lo portano a indagare in un villaggio della Serbia. Lì c’è la tomba di Peter Plogojowitz, capostipite dei vampiri d’Europa. Nel 1725 Plogojowitz, già defunto e sotterrato, andò a far visita a nove abitanti del suo paese per succhiare loro la vita. Riesumato e apparso inspiegabilmente intatto, fu trafitto con il classico paletto nel cuore. Ma a quanto pare questo non bastò a fermare il Male. Così, tra non-morti e annientatori di cadaveri, Adamsberg si inoltra nelle oscurità della mente umana, cercando il bandolo dell’ingarbugliata matassa che porta all’assassino...

Le vicende del commissario Adambsberg hanno sempre qualcosa di visionario, una nota surreale che trascende i confini pragmaticamente omicidi del giallo. Ma questa volta Fred Vargas aggiunge un cospicuo tocco gotico. Ci accompagna lungo il tunnel nero di Highgate, dove si dice che anche Elizabeth Siddal, moglie di Dante Grabriel Rossetti, disseppellita dopo sette anni non mostrasse alcun segno di decomposizione. E ci riporta al mito di Dracula e alla sua malefica migrazione dal castello dell’Est al suolo londinese per costruire il nuovo pilastro del suo dominio. Specializzata in medievistica, la Vargas non è estranea a scavare nelle leggende e nelle superstizioni del passato. In Parti in fretta e non tornare aveva fatto leva sugli antichi terrori della Morte Nera che infestava l’Europa; fra le pagine di Nei boschi eterni lasciava aggirare il fantasma di una monaca del Settecento. Ora tocca ai vampiri, gettonatissimi di questi tempi. Ma alla base del mistero sovrannaturale c’è un altro irrazionale, forse ancora più spaventoso, decisamente altrettanto inquietante: quello della follia che induce al delitto e che solo nel delitto trova pace. La Vargas tira fuori i colpi di scena come conigli da un cappello a cilindro. Gioca a sorprenderci e ci riesce con un intreccio narrativo in cui tutti pezzi, inizialmente buttati alla rinfusa, alla fine vanno miracolosamente al loro posto, riordinati dall’intuizione geniale di Adamsberg, il poliziotto “spalatore di nuvole”.



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