Un mare viola scuro

Quando muore la nonna Angela, Ayanta si accorge di non sapere il nome del bisnonno. Alla domanda dell’impresario delle pompe funebri, non può far altro che rispondere che Angela Spagnoli era figlia di “Elvira e Belzebù”. Perché la nonna lo ha sempre chiamato Belzebù, quell’uomo. Nessuno sa qualcosa in più, neanche la zia Carlotta ne ricorda il nome. Trovano l’atto di nascita di Angela, scoprono che “il diavolo” si chiamava Evaristo. Perché nessuno lo ha mai menzionato? E perché la zia una volta si era lasciata scappare che la bisnonna era “una puttana”? Frugando nei cassetti, trovano un’antica fotografia che ritrae un neonato. Composto su un cuscino di pizzo, cereo, le labbra scure. Chi è quel bambino, perché la nonna ne conservava la foto? Un ulteriore segreto, che va ad aggiungersi ai tanti rimasti sospesi nella storia della famiglia, alle domande destinate apparentemente a rimanere senza risposta, alla verità sui tanti racconti della nonna, amante della lettura, dell’arte, del balletto classico. Lei aveva portato per la prima volta la piccola Ayanta al Teatro dell’Opera, a vedere Le silfidi. Amava manipolare la realtà, la nonna Angela, reinventare il quotidiano rendendolo “un’esperienza unica, personale e irriconoscibile”. Scoperto il vero nome di Belzebù, occorre trovare il testamento della nonna. Mentre setacciano la casa, la zia scopre nel ripiano più alto dell’armadio della nonna un mucchio di scatoloni zeppi di carte. Contengono i diari della mamma di Ayanta, Caterina, lettere ingiallite dal tempo, i suoi scritti e quelli della nonna Angela. C’è anche il romanzo breve autopubblicato dalla nonna, intitolato Sequenze familiari...

Ayanta Barilli, attrice, giornalista, conduttrice e scrittrice, ha origini spagnole e italiane. Un mare viola scuro, finalista in Spagna nel 2018 al prestigioso Premio Planeta, è il suo riuscito esordio. C’è chi ci sa davvero fare con le parole e la Barilli, che proviene da una famiglia di artisti – il padre è stato vincitore del medesimo premio nel 1992 –, entra meritatamente in questa schiera, raccogliendo un’eredità preziosa, non sono letteraria, fatta di sangue, di parole e di storie. Ne Un mare viola scuro la Barilli affronta le storie affascinanti e non semplici di tre generazioni di donne della sua famiglia. Al di là dell’“elaborata menzogna” che ne ha spesso offuscato i termini, le vite della bisnonna Elvira, della nonna Angela, di sua madre Caterina si susseguono in questo romanzo/memoir/saga familiare, vengono raccontate e si raccontano in prima persona attraverso il ricco materiale autografo raccolto dall’autrice. Troviamo lettere, diari, stralci del romanzo scritto dalla nonna, piccole perle letterarie incastonate nella realtà, pur romanzata. La Barilli segue le tracce, scava tra gli accenni, i non detti, i ricordi della sua storia familiare e personale, ripercorre i luoghi della sua famiglia – un’ampia geografia che si snoda tra Padova, Parma, la casa di famiglia a Roma, la Spagna, il paesino ligure di Tellaro e il segreto che giace a Colorno. Scoperchia il vaso di Pandora e imbriglia ciò che ne viene fuori, riannodando le storie. Per andare più a fondo, per sapere. Per capire meglio se stessa, perché ciò che è stato contribuisce sempre a fare di noi ciò che siamo (“se ho provato a incollarli a uno a uno, è per ricomporre lo specchio, vedermi riflessa nel suo argento e osservare ogni mia cucitura. La mia faccia è un innesto di scampoli di pelle altrui”). Per non dimenticare, infine, perché, come scrive la nonna Angela, è così che si sancisce “l’immortalità di una storia che rivive soltanto se la racconti. E se la leggi”. Ci sono storie familiari più naturalmente “romanzesche” di altre. Quella della Barilli ne è spesso un esempio. La sensazione è tuttavia quella di vivere una storia che in qualche modo ci appartiene, in cui possiamo riconoscerci. Questo fa la Barilli, con la sua scrittura coinvolgente, delicata, comunicativa, mai pesante, senza giri di parole. Quattrocento pagine non sono poche, eppure scorrono rapidamente, e faranno venir voglia di indagare a propria volta, di porre quelle domande mai fatte, a dispetto della paura di sapere. Un viaggio intenso, che lascia il retrogusto di una certa bellezza immersiva e malinconica. La bellezza spesso dolorosa, sì, ma sempre affascinante, di ogni vita.

LEGGI L’INTERVISTA A AYANTA BARILLI



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