Un monumento al momento

Un monumento al momento
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Medardo Rosso aveva tre anni quando Vittorio Emanuele II fu incoronato primo re d’Italia. Non apparteneva, quindi, alla generazione che aveva vissuto il Risorgimento e che conservava, vivido, il ricordo egli eroi che avevano combattuto per l’Unità; né a quella che avrebbe visto profilarsi la risoluzione dei problemi postunitari. Allo spaesamento dovuto alla congiuntura storica, si sommava, poi, quello geografico: nato a Torino, a un passo dal confine, Rosso era cresciuto in una cittadina (Corio) in cui si parlava un dialetto francoprovenzale. Perfetto bilingue ‒ nel 1861 l’italiano era diventato la lingua ufficiale nelle scuole del regno ‒, con la famiglia si era in seguito spostato a Milano, la città più moderna d’Italia, dove avrebbe scelto di stabilirsi, prima di emigrare a Parigi e d’iniziare a viaggiare per l’Europa. Dati, quindi, il momento storico, il luogo d’origine e la formazione, non stupisce l’attrazione che l’artista avrebbe sempre provato nei confronti della cultura d’oltralpe, come anche la sua tensione nomadica e il peculiare e avanguardistico (per l’epoca) concetto di Arte come fenomeno transnazionale, sviluppato sin da giovanissimo. Già le prime sculture (Cantante a spasso, 1882-83; La ruffiana, 1883; Se la fusse grappa!, 1883), infatti, che raccontavano di temi finora estranei all’arte ufficiale e caratterizzate da superfici scabre e dall’atteggiamento sfrontato, quasi di sfida, dei soggetti raffigurati, apparivano molto più vicine (sia nello spirito che nello stile) alle caustiche litografie di Daumier sulle pagine de “Le Charivari”, che alle apollinee, atemporali e levigatissime opere di Vincenzo Vela, perfettamente rispondenti ai canoni dell’Accademia di Brera…

Dal 1992, anno in cui ha visitato per la prima volta il Museo Medardo Rosso di Barzio, Sharon Hecker non ha più smesso di investigare la vita e la produzione dell’artista. Il frutto del suo accurato e appassionato lavoro di ricerca è Un monumento al momento, che costituisce, di fatto, il primo studio critico approfondito su un gigante della scultura, troppo spesso dimenticato, sia per l’impatto sull’arte contemporanea che per la sua portata internazionale. La sua opera è stata d’ispirazione per artisti attivi tra le due guerre mondiali (Arturo Martini, Lucio Fontana…), per la generazione del dopoguerra (Luciano Fabro, Marisa Merz…) e fino ai contemporanei (Thomas Schütte, George Segal…). Ciononostante, quando si parla dell’innovazione della scultura monumentale tra Otto e Novecento, il nome che si sente pronunciare è (quasi) esclusivamente quello di Auguste Rodin. Rosso resta un “territorio” per pochi, un argomento di nicchia, quando, invece, proprio a Rosso si devono i primi, forti segnali di sovversione nei confronti della più statica delle arti. Per capirne la portata dell’impatto, basta contare quante volte, nel libro della Hecker, ricorrono termini come “rifiuto”, “rimozione”, “spiazzato”. “Rifiuto”, come quello opposto al suo progetto di una scultura di Garibaldi, in cui l’eroe dei due mondi non era raffigurato come l’emblema dell’uomo d’azione, ma come un vecchio, seduto in posa meditabonda. “Rimozione” come quella di cui fu oggetto La riconoscenza (1883), il monumento funebre in cui, invece del defunto, era rappresentata una popolana distesa a testa in giù, nell’atto di guardare dentro un buco nel pavimento. “Spiazzato”, come il pubblico che si trovava, di volta in volta, a osservare monumenti senza piedistallo, con i canali di colata usati per la fusione del bronzo lasciati provocatoriamente in bella vista, volti che sembravano sprofondare nella materia, gruppi scultorei dove non si riusciva a distinguere i soggetti, né a indovinarne il significato, se non dopo (forse) aver letto il titolo. Indomito, refrattario alle convenzioni sociali (aveva chiamato suo figlio Francesco Evviva Ribelle…) e a legarsi alla cultura di un paese, preferendo definirsi “cittadino del mondo”; incompreso in patria ed eterno emigrato in Francia; pioniere dell’autopromozione grazie ai progressi della fotografia; fonditore e performer, in anticipo rispetto alle serate futuriste, a Duchamp e all’action painting di Pollock, Medardo Rosso sommava in sé aspetti molteplici, tutti sorprendenti e tutti analizzati dall’autrice. Un monumento al momento è un libro prezioso, che, nato con l’obiettivo di restituire il giusto peso all’“unico scultore italiano della sua epoca a potersi definire globale”, nella ricostruzione del clima politico, culturale e sociale dell’Europa all’alba del Novecento, affronta sottilmente anche il tema sempreverde della considerazione del diverso, del non-allineato. Nel caso di Rosso, quello di un uomo e di un artista “non abbastanza italiano per essere classificato come straniero, ma nemmeno abbastanza francese per essere percepito come tale”.



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