Un nome da torero

Un nome da torero
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Nel 1941 Hans Hillermann e Ulrich Helm prestano servizio nella polizia del Terzo Reich. Non sono nazisti, in quanto non hanno mai partecipato in maniera attiva alla persecuzione degli ebrei né alla repressione degli oppositori, ma il loro compito è quello di sorvegliare l’ingresso principale della prigione di Spandau, a Berlino. Il loro sogno segreto, tuttavia, è quello di poter un giorno emigrare verso l’ultimo angolo promettente del pianeta, la Terra del Fuoco. Hanno anche un piano per disertare, ma non hanno soldi. Quando però, in uno scantinato di cui hanno più volte manomesso la serratura per vedere cosa nasconda, trovano una cassa di legno ben imballata che contiene sessantatré monete d’oro, capiscono che il momento tanto atteso è arrivato. Fuggono, arrivano ad Amburgo nel mese di novembre ed attendono la nave che li porterà via, verso la salvezza. Ma le cose non vanno come previsto: la Gestapo è sulle loro tracce e solo Hans riesce a fuggire e a portare con sé le monete. Ulrich subisce anni di torture e maltrattamenti, ma resiste e non rivela il luogo in cui l’amico si è rifugiato con il bottino. Quando viene ritrovato da soldati russi, nei sotterranei del quartier generale della Gestapo, è l’ombra di se stesso ed è costretto su una sedia a rotelle, a causa delle violenze subite. L’incubo, tuttavia, non è ancora finito e per anni la Stasi prima ed altri uomini armati poi lo massacrano di botte e di percosse. Ulrich resiste ancora, non cede, ma quando l’ultimo individuo che lo minaccia, un uomo soprannominato “il Maggiore” gli mostra una lettera dell’amico Hans che reca il timbro postale di Santiago del Cile ed è stata spedita dalla Sede Postale numero cinque, Ulrich capisce di aver perso tutto e tradisce il suo amico, pur cercando di guadagnare tempo ed intralciare la vittoria del Maggiore. Ulrich ha perso, ma qualcuno deve trovare l’amico - che ora si chiama Franz Stahl - e le maledette monete d’oro nella Terra del Fuoco, prima che lo faccia il Maggiore. Magari a ritrovarlo potrebbe essere Juan Belmonte, residente ad Amburgo, passaporto cileno ed un nome da torero…

Una drammatica ed avventurosa caccia al tesoro, partendo da una Germania dominata dal razzismo e dall’odio, per giungere in Patagonia - terra estrema non solo per latitudine - e nello specifico in una splendida Terra del Fuoco, una terra nella quale tutti fuggono, se da qualcuno o da qualcosa poco importa, perché lì il passato non interessa e Dio - se c’è - è sempre impegnato a guardare dalla parte opposta. Un tesoro, quindi, che se per alcuni rappresenta la possibilità di liberarsi dall’odiata divisa, per qualcun altro può diventare l’occasione per dimostrare di non essere un inutile ed inservibile rottame. E poi c’è Juan Belmonte, l’uomo con il nome del torero ricordato da Hemingway in Morte nel pomeriggio: per lui la ricerca del tesoro è anche una storia di dolore e di ritorno a casa. Tutte pedine schierate per raccontare il viaggio interiore di uomini sconfitti, di uomini che sanno perdere, perché “perdere è una questione di metodo”; uomini che hanno combattuto da eroi per un ideale che, quando il vento ha cambiato direzione, li ha scaricati ed abbandonati a se stessi, falliti e perdenti; eroi disillusi capaci di accettare la sconfitta o bravi soldati capaci di obbedire senza porsi troppe domande. E su tutta la storia, racconto di malinconie serpeggianti, emozioni fortissime e fedeltà a prova di corruzione, storia intrisa di rinunce e di lotte, aleggia il ricordo di un amore lontano e desaparecido, un amore prima strappato e poi restituito alla vita, ma non prima di essere stato storpiato e privato della propria dignità, abbrutita e consumata da torture e sevizie. Una tessitura sapientemente congegnata e ben scritta, un intreccio pressoché perfetto di tinte noir e saudade dal sapore un po’ amaro, che conferiscono alla narrazione la profondità e la complessità tipiche degli scritti meglio riusciti del grande Sepúlveda.



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