Un pallido orizzonte di colline

Un pallido orizzonte di colline
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Etzuko ha perso una figlia, ha perso anche il marito e vive ormai sola in una grande casa di campagna non lontano da Londra. Il suicidio di Keiko, la figlia maggiore, la mette di fronte a un’esperienza inaspettata. Etzuko non vorrebbe mai ripensare al suo passato, al tempo in cui viveva ancora in Giappone, a Nagasaki. Eppure, la memoria è in agguato e pronta a cogliere ogni minima occasione per riemergere. L’occasione stavolta è innescata dalla figlia minore, Niki. Nata e cresciuta in Inghilterra, Niki non ha mai amato la sorella e, dopo la tragedia, tenta di riavvicinarsi alla madre. La quiete della campagna inglese, tuttavia, porta ben altro. Insieme alle fredde piogge primaverili, Etzuko vede affiorare i fantasmi del passato. Keiko, la donna così scostante e fredda che era diventata, ricorda molto un’altra persona. Così la memoria di Etzuko non può far a meno di correre all’indietro, verso un Giappone prostrato dalla guerra ma in costante rinascita. Nagasaki inizia a riassaporare la quiete di una riconquistata normalità mentre la calura estiva fa emergere i resti della recente devastazione. Un’estate un po’ speciale, dunque, quando Etzuko conosce Sachiko e la figlia Mariko...

Il romanzo, a dispetto del titolo, è piuttosto breve e all’apparenza scritto a tinte molto tenui, quasi sbiadite. Eppure è un romanzo molto importante, in molti sensi. Apparso nell’ormai lontano 1982 e pubblicato in lingua inglese lo stesso anno in cui l’autore (che continua a firmarsi anteponendo il cognome al nome, secondo l’usanza giapponese) acquisiva la cittadinanza inglese, rappresenta l’esordio letterario di questo pluripremiato autore. Un esordio in sordina, questa è l’unica opera di Ishiguro a non aver avuto riconoscimenti. Segnato anche dalla definitiva rinuncia alla nazionalità giapponese d’origine. Tuttavia, è forse il romanzo più giapponese che Ishiguro abbia mai scritto. Certo il Giappone post bellico, il Giappone della ricostruzione voluta dagli americani, è presente in ogni scena della storia. È lo sfondo irrinunciabile su cui si dipana la trama, la scenografia sbiadita davanti alla quale agiscono gli attori. Ma, al contempo, non è nulla più di uno sfondo brumoso, tratteggiato con tenui colpi di lapis. È profondamente giapponese, però, il taglio della storia profondamente intimista. Lo sono i personaggi, ciò che fanno, ciò che dicono. Soprattutto, è maledettamente giapponese l’assenza. Sì, il romanzo è interamente giocato su ciò che non viene detto e su ciò che non si esprime. Il vero protagonista della storia non è Etzuko, le sue azioni, le sue scelte. Non sono i personaggi che le ruotano intorno, la misteriosa Sachiko che vive in una casetta di legno fra fango e zanzare. Il protagonista è ciò che lo scrittore volutamente tace. L’inquietudine che il lettore respira fra queste pagine, infatti, emerge da ogni singolo dialogo, ogni singola scena. Pone il lettore davanti a una domanda sempre più pressante man mano che ci avviciniamo alla conclusione: cosa non ci vuol dire? Quale verità si agita dietro l’apparenza? Già… Quale verità, cari lettori? A voi scoprirla.



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