Un popolo di roccia e di vento

Un popolo di roccia e di vento

Stoccolma. Cancro al quarto stadio, sei mesi di vita. La dottoressa piange, mentre informa Nahid sulla diagnosi: è giovane, impreparata, mentre la donna di fronte a lei ha lavorato a lungo come infermiera e sa muoversi meglio, in certi ambienti e con certe parole. Nahid non è solo un’ex infermiera malata, tuttavia: è anche una madre, una figlia, una sorella che la rivoluzione iraniana non ha ucciso e a cui sono stati regalati altri trent’anni, un tempo lunghissimo, da vivere in un Paese lontano. Quando a lei e Masood è stata offerta l’opportunità di fuggire, non ha nemmeno potuto salutare la madre e le sorelle: se anche solo una persona in più avesse saputo, il piano sarebbe andato a monte, li avrebbero scoperti. Nahid piange, ma non è il pensiero della morte a scuoterla dentro: piange per tutto ciò che nel suo Paese è ancora ignorato, ciò che è all’oscuro perfino delle persone più istruite. Piange per le fughe al riparo delle granate, piange per le ore in carcere e lo spregio dei guardiani, piange per chi le era caro e non è sopravvissuto. Quando torna a casa, nel radunare ed elencare tutto ciò che di lei andrà alla figlia Aram, torna indietro con la memoria a un tempo inimmaginabile, un tempo in cui in Iran anche le donne lottavano per le strade, mentre le madri restavano sveglie di notte ad aspettarle…

“Io sono una donna di sabbia. Loro, uomini e donne di radici”. Il lungo monologo di Nahid parte da una considerazione tragica e assurda insieme: una donna che ha conosciuto la lotta politica, i volantinaggi in università, le manifestazioni in piazza, l’arresto e la clandestinità, e poi ancora la fuga e la condizione di profuga, ecco, non è tragico e assurdo che una tale vita si concluda nella lenta attesa di morire? Nel tentare un nuovo ciclo di chemio, solo per vedere come va? Nahid non ha ramificato in nessun luogo, non ha scelto di lasciare il suo Paese di nascosto né di approdare proprio in Svezia, e proprio in quella cittadina della Svezia. Non ha scelto di estirpare le proprie radici e lasciarle alla deriva del vento, lei che voleva solo lottare per un Paese migliore, e farlo insieme al ragazzo che amava, ai loro amici. La sua storia è una riflessione su cosa significhi appartenere a un luogo, e su quanto le radici ci tengano attaccate alla roccia, anche quando cerchiamo con forza di staccarcene. La sua storia si intreccia con quella dell’autrice, che come Nahid ha vissuto in Svezia, ma che è nata quando il 1979 iraniano era già un ricordo: ed è toccante scoprirlo, scoprire che quelle parole così cariche di vita provengono da una penna così giovane.



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