Un posto al sole

Un posto al sole. La colonizzazione demografica in A.O.I.
Trasformare l'Africa Orientale Italiana in un paradiso baciato dal sole, un'altra “nazione bianca” nel Continente Nero dopo il Sudafrica, un'occasione di progresso e una fonte di lavoro e ricchezza. Ecco il sogno di chi (ceti medi, disoccupati, sottoccupati, lavoratori agricoli precari) lungo tutti gli anni Trenta si trasferì nelle colonie fasciste. Benito Mussolini voleva realizzare questo sogno “mediante due sistemi produttivi: la colonizzazione demografica con il trapianto di coloni da trasformare in piccoli proprietari e quella capitalistica. La prima a carattere prevalentemente agricolo, la seconda a struttura industriale per la produzione in generale di materie prime utili all'Italia”. Ma le cose sin da subito iniziano ad andare storte...
Uno dei segreti del consenso coagulato attorno all'avventura coloniale italiana prima e alla guerra d'Etiopia poi fu la prospettiva – col senno di poi il miraggio – della colonizzazione demografica. Da una parte Mussolini si illudeva di risolvere il problema della disoccupazione e dell'arretratezza spedendo centinaia di migliaia di persone nei territori appena conquistati, dall'altra un'ampia fascia di popolazione povera sperava di trovare un futuro e un lavoro nei campi, negli allevamenti e nei cantieri dell'AOI. Il fallimento dell'operazione fu però dolorosamente duplice. Da una parte i coloni preferirono collocarsi nel settore industriale, commerciale e dei servizi, abitando i centri principali e non contribuendo affatto alla trasformazione del territorio extraurbano che il regime auspicava: gli agricoltori erano solo una esigua minoranza dei 185.000 italiani in AOI. Dall'altra la vittoria degli Alleati portò alla rovina chi aveva avuto il coraggio di investire denaro, scommettendo tutte le sue energie e il suo stesso futuro sull'emigrazione in un altro continente, in un Paese non ancora pacificato e dalle condizioni ambientali e sociali estreme. Fabrizio Di Lalla con il suo terzo saggio per la Solfanelli colma un vuoto importante su un aspetto essenziale dello studio del colonialismo italiano in generale e fascista in particolare: puntuale nei riferimenti, documentatissimo, è forse il suo libro di meno facile lettura, ma al tempo stesso è una minera di preziosissimi documenti e la fedele fotografia di una stagione politica ed economica a dir poco disgraziata.

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