Un posto anche per me

La notte è scesa sulla Capitale. Seduto nell'ultima fila di un autobus notturno, un ragazzo grasso e solo se ne sta chiuso nel suo mondo, lo sguardo dritto, perso tra le luci dei lampioni che si riflettono sui finestrini. Il suo nome è Peppino, e di mestiere fa il ragazzo delle consegne per il ristorante sardo “Il Nuraghe Blu”. Ha trentotto anni, ma sembra ancora un bambino. Un bambino grande, grosso e molto ingenuo che ha lasciato la Sardegna insieme al padre in cerca di un posto migliore, ma è giunto in una città troppo grande e troppo complicata per uno come lui. Da quando è arrivato a Roma suo zio Mino, proprietario del ristorante, ha sempre pensato ad ogni cosa. I vestiti per il lavoro comprati all'ipermarket, l'appartamento a Pomezia che Peppino divide con la nonna, l'abbonamento dell'Atac, perché Peppino può viaggiare solo con l’autobus. Questa è la regola. E così la maggior parte del suo tempo lui lo trascorre su di uno dei tanti bus che lo portano in continuazione da un punto A ad un punto B: da casa al ristorante dello zio Mino per poi, buste alla mano, ripartire per raggiungere le tante case dorate che aspettano le sue consegne. È sempre così, tutte le sere. Notti passate seduto sui sedili freddi e duri, o a camminare per le vie isolate dove si nascondono le case dei clienti. Ma non importa. Questo è il suo lavoro e come zio Mino gli ha più volte detto, le buste con i piatti del ristorante fanno gola a molti, quindi bisogna essere invisibili ed eseguire gli ordini. Sempre e con discrezione. Ed è nell'invisibilità di una di queste notti che Peppino comincia a raccontare la sua storia ad una ragazza che arriva dal passato…
Un posto anche per me sin da subito sbatte in faccia al lettore una storia, quella di Peppino, tutt'altro che tenera, anzi piuttosto amara. Orfano di madre, il protagonista si ritrova ad dover fare i conti con una realtà dura e spietata fin da quando, ancora molto piccolo, viene lasciato alle cure di un padre che si trova in prigione e di una famiglia, quella paterna, che farebbe di tutto pur di sbarazzarsene. E così quel bambino troppo stupido da poter essere amato inizia la sua difficile strada per trovare un suo posto, prima nella casa dei nonni, poi in quella delle suore Ciliegine, fino ad arrivare a Roma. Ma troppe vergogne, ingiustizie e personaggi negativi si trovano sul suo cammino e Peppino è troppo debole e ingenuo per sfuggirgli. Abate ci racconta qui, in modo piuttosto crudo, la storia di un uomo con la mente di un bambino che cresce e vive ai margini di una società spietata e spesso corrotta. Il lettore che ascolta la storia di Peppino proprio attraverso la sua voce infantile non può che provare un misto di tenerezza e pena verso questo ragazzone così sensibile e buono. Per questo personaggio per certi versi dickensiano, il lieto fine sembra molto improbabile. Ma forse una sorta di riscatto può essere sempre possibile.

 

 

 

 
 
 
 
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