Un romanzo russo

Un romanzo russo

Qualche mese dopo aver pubblicato L’Avversario, un lavoro che lo ha imprigionato per sette lunghi anni, lo scrittore Emmanuel Carrère accetta di seguire un reportage sulla triste storia di András Toma, un ungherese che, all’età di diciannove anni, nel 1944 fu prima prelevato dalla Wehrmacht e poi catturato dall’Armata Rossa, internato in un campo di prigionia e successivamente trasferito nell’ospedale psichiatrico di Kotel’nič, una cittadina a ottocento chilometri a nord-est di Mosca. Creduto morto per lunghi anni, viene improvvisamente rintracciato dalle autorità ungheresi e rimpatriato dopo sessant’anni. Per lo scrittore parigino, il viaggio e il soggiorno a Kotel’nič diventano anche l’occasione per riscoprire le proprie radici russe e rafforzare il suo rapporto tormentato con una lingua che non è mai riuscito a comprendere e soprattutto a parlare come avrebbe voluto. Il percorso a ritroso nella storia della famiglia riporta a galla il fantasma del nonno materno, considerato un collaborazionista e anch’esso, così come il giovane soldato ungherese, scomparso in circostanze misteriose e mai più ritrovato. La vicenda di András Toma, lo scenario della piccola e povera città di Kotel’nič e le lettere del vecchio nonno si trasformano nel bisogno impellente di scrivere, per esorcizzare un segreto e un’ossessione troppo a lungo tenute nascoste. L’inizio della ricerca e del viaggio coincide con la nascita di un nuovo amore. Sophie è una bellissima ragazza alla quale Emmanuel Carrère dedica un racconto erotico che “Le Monde” pubblicherà qualche settimana più tardi. Ma quella che doveva essere una sorpresa intrigante per la bella ragazza della quale è innamorato, si trasforma nell’inizio di una crisi sentimentale dolorosa e dai risvolti imprevedibili tanto quanto la ricerca delle proprie origini russe…

Emmanuel Carrère è uno di quegli scrittori che usano la scrittura e la storia che stanno raccontando per compiere un viaggio introspettivo che conduce sempre a una trasformazione, a una maturazione o a un’evoluzione spesso dolorosa e con conseguenze spesso inaspettate. Come accadde per Jean-Claude Romand, protagonista del romanzo L’Avversario, con la chiarificazione dell’ombra di Georges Zourabichvili, nonno materno dello scrittore francese, Carrère lancia un guanto di sfida a sé stesso. La freddissima e decadente città di Kotel’nič, dove lo scrittore ritornerà per girare una sorta di docufilm, si trasforma nel luogo ideale per il duello con una troupe a fare da testimone e la povera Sophie quale vittima innocente e sacrificale di uno scontro che sul finale sa quasi di autodistruzione. Il percorso compiuto dallo scrittore è, in questo caso, tutt’altro che razionale. Ma è indubbio che la sua capacità di coinvolgimento ci porta con sé sia attraverso la grande e fredda Russia, in alberghi e locali decadenti, sia nel suo mondo interiore popolato di fantasmi, sogni erotici e legami famigliari profondi e complicati. Questo genere di romanzi ibridi, un misto di trama e percorso personale, quando funzionano, e come in questo caso, ci permettono di stabilire un contatto molto intimo con il narratore, con lo scrittore che sta dietro le pagine. Siamo lì, con lui, mentre vede, vive e scrive quello che noi stiamo leggendo. In questo modo possiamo comprendere come per taluni la scrittura non sia un mero complemento della vita o un lavoro meccanico, ma funzioni da medicina e al tempo stesso da veleno che lo scrittore assume volontariamente per poter intraprendere un viaggio altrimenti impossibile. Persino nei momenti più antipatici, dove ci sentiamo in diritto di giudicare certi atteggiamenti esageratamente borghesi e altezzosi di Emmanuel nei confronti di Sophie, non possiamo non ammettere che il legame tra noi e lui è ancora solido e intatto, fatto a regola d’arte.



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