Un soffio di vita

Un soffio di vita

Ângela è giovane, piena di vita, talmente entrata nella sua parte che sfugge al controllo dell’Autore. Già, perché Ângela è un personaggio letterario inventato che man mano sviluppa una sua personalità mettendo in luce sue pulsazioni, suoi autonomi pensieri, suoi sentimenti. Ângela, infatti, ha imparato a star bene, ma anche a soffrire; ha imparato la gamma dei sentimenti, ha imparato che è possibile uscire dal canovaccio del racconto per essere indipendente: decide infatti a sua volta di diventare autrice e scrivere un romanzo, il Romanzo delle cose, in cui vuole prendere in rassegna la realtà che la circonda, fatta di cose e nomi, che assumono significati e funzioni allo stesso tempo banali e differenti. Nel frattempo, il suo Autore comincia a preoccuparsi, ma allo stesso tempo perde a sua volta il senso della realtà: chi è più l’autore e chi è il personaggio? È Ângela che parla e scrive o è l’Autore che sta provando nuove forme comunicative? Tutto sfuma, tutto diventa indistinto, nell’estremo atto creativo della vita…

Clarice Lispector ha lavorato a questo libro negli ultimi anni di vita, fra il 1974 e il 1977, senza arrivare alla stesura definitiva che è stata disegnata da Olga Bogarelli, amica e segretaria della scrittrice brasiliana di origine russa. Si tratta dunque dell’opera ultima di un’autrice già di suo votata normalmente alla sperimentazione, ma in quest’ultima sua opera, però, capace di superarsi investigando la radice della creazione artistica, i rapporti fra autore e personaggi (à la Pirandello) e quelli dei limiti della lingua, perché il romanzo vuole descrivere il movimento della creazione, le azioni e le reazioni che vi corrispondono. Soprattutto su questo versante l’autrice compie il suo atto estremo di creatività, perché piega la lingua alle sue esigenze narrative dando vita, con estrema naturalezza, a neologismi funzionali al suo progetto diegetico. Un vero linguaggio per iniziati, come vuole la stessa autrice nell’introduzione (“Se mai questo libro verrà pubblicato, che i profani ne stiano alla larga. Giacché scrivere è cosa sacra a cui gli infedeli non hanno accesso.”); un libro quasi maledetto che vuole far riflettere non sul passato e neanche sul futuro, ma sul presente concreto e sul senso del vivere. Vuole far riflettere sul senso delle parole e sul loro peso nella vita quotidiana in un dialogo che non è un dialogo, quanto invece un flusso di pensieri che si srotolano senza pausa (“Un testo – scrive Francavilla nella post-fazione– decostruito in partenza […] che non ha per obiettivo una redazione coerente bensì il definitivo esorcismo dell’indicibile, quella piega fra contingenze ed evocazioni, fra sensualità materica e inesorabile caduta nell’abisso della morte incombente”).



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