Un uomo senza patria

Cosa è davvero l’umorismo? un meccanismo di difesa? una reazione alla paura? Sì, a pensarci bene: non è un caso se il periodo d’oro dello sviluppo in America di una comicità di altissimo livello è coinciso con la Grande Depressione. È dai comici dei programmi radiofonici di cui era avido ascoltatore che Kurt Vonnegut jr. ha imparato il gusto per la battuta, per l’ironia, ma è dalla tradizione letteraria che vede il suo capostipite in Mark Twain che l’autore trae il suo modello di riferimento di scrittura in grado di far ridere di se stessi e delle storture della società, divenendo così veicolo di valori. C’è ancora spazio per l’umorismo quando sembra che “tutti quanti vivano come sono abituati a fare i membri degli Alcolisti Anonimi: giorno per giorno”, incuranti delle devastazioni ambientali? Perché riuscire a trovare un motivo per sorridere, anche in modo amaro, è un modo di dimostrare di essere ancora vivi, come lo è mantenere la capacità di indignarsi, soprattutto in un periodo storico in cui le leve del comando della nazione più potente al mondo sono in mano ad “esseri umani socialmente presentabili […] che si sono arricchiti portando alla rovina i loro impiegati, gli investitori, il paese stesso, e che […] a differenza delle persone normali, non sono mai piene di dubbi, per la semplice ragione che non gliene frega un emerito cazzo delle conseguenze”…

Pubblicato per la prima volta nel 2005, Un uomo senza patria raccoglie dodici articoli pubblicati da Kurt Vonnegut jr. sulla rivista statunitense “In These Times”, su cui scrisse tra il 1995 ed il 2005. Lungo le pagine si possono rintracciare le origini e lo sviluppo dell’impegno e del credo politico, sociale, umanista dello scrittore, sin da quell’evento centrale ‒ a cui assistette e a cui sopravvisse come prigioniero di guerra ‒ rappresentato dal bombardamento e dalla distruzione della città tedesca di Dresda, rasa al suolo nel corso del secondo conflitto mondiale dalle bombe incendiarie degli inglesi, pur essendo priva di obiettivi militari: un massacro in cui trovarono la morte centotrentamila civili, il cui orrore riuscì solo anni dopo a raccontare in Mattatoio N.5. Lo stile di Vonnegut è inconfondibile: originale, graffiante, spesso divagante (“Tutti gli altri scrittori che conosco hanno la sensazione di muoversi secondo una rotta precisa, ma io no. Non possiedo quel tipo di controllo. Sono in perenne evoluzione”), costruito su frasi brevi e punteggiate di battute. La nostra dipendenza dai combustibili fossili ed il suo impatto sul nostro pianeta, la guerra, l’imperialismo che mira solo ad “aumentare le riserve di manodopera docile a disposizione degli americani più ricchi”, il capitalismo predone e il sistema di corruzione che genera vengono passate sotto una lente di ingrandimento che ne rivela aspetti grotteschi e contraddizioni senza mai scivolare nel sermone, nella predica dal pulpito di una presunta superiorità morale o intellettuale. L’impressione alla fine delle centoventi pagine di questa raccolta è quella della chiacchierata con un amico che ne ha viste a sufficienza, è passato attraverso inferni ed esperienze traumatiche che ne hanno aguzzato l’ingegno e la capacità di guardare lontano, ha vissuto con intensità riuscendo a non perdere fiducia nella vita: “Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’è bello alzarsi, uscire di casa, fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti”.



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