Un viaggio che non promettiamo breve

In tutta Italia dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso nascevano movimenti di lotta popolare contro la nascita di grandi opere, ma nessuno è stato più radicato ed esteso nel tempo di quello in Piemonte in Val di Susa, che si opponeva alla costruzione del Treno ad Alta Velocità che doveva unire Torino a Lione, quello che diventò il cosiddetto movimento No Tav. Un movimento che rappresentava la volontà di un popolo di non accettare la costruzione di opere ritenute inutili, dannose per l’ambiente e che avrebbero cancellato luoghi legati a memorie storiche antiche e recenti. Uomini e donne che non hanno ceduto davanti alla brutalità e alla violenza gratuita esercitata dalle figure di un potere che ha il compito di garantirne la salute e la sicurezza e invece si trasforma in carnefice, dall’ Entità che usa mezzi subdoli e giochi politici per appropriarsi del loro mondo quotidiano, della loro memoria. Donne e uomini comuni, ma capaci di unirsi per comprare un pezzo di terra e bloccare i lavori delle grandi opere, che costruisce i presidi e fa i turni per non fare mai mancare la presenza di chi, sentinella, possa dare l’allarme, che raccoglie fondi per pagare le multe irragionevoli comminate ai loro più ferventi attivisti, per chi si è esposto di più nella lotta, che si reca in gruppo a fare sentire la sua voce al Parlamento Europeo, che si suicida per l’ignominia subita di arresti e calunnie invivibili. Un movimento compatto di uomini e donne che scalano le montagne di notte, attraversano boschi come i partigiani, per presidiare il territorio e impedire che le attività programmate procedano, che prendono le manganellate e vengono trascinati a terra, tirati per un braccio, dai nuovi “invasori”, che fondano la Libera repubblica della Maddalena. Un vento di dissenso che sale dal basso e accomuna anche lotte in altre parti del mondo per liberare le terre dai nuovi “conquistadores”, che studia la storia, i documenti e non cede…

L’autore di questo romanzo/saggio/inchiesta e Wu Ming 1, al secolo Roberto Bui, classe 1970, membro del collettivo Luther Blissett prima e Wu Ming poi, ma anche autore di numerosi romanzi come solista. Questo reportage esce nell’ottobre del 2016, dopo tre anni e mezzo di lavoro, di raccolta, organizzazione, redazione di una quantità enorme di materiale che l’autore ha accumulato in via diretta, intervistando i No Tav, testimoni oculari di quanto accaduto in 25 anni di lotte, o leggendo documenti d’archivio, testi, interviste, trasmissioni televisive. atti processuali. Lo scopo in realtà non è giornalistico ma narrativo e la scelta operata è quella di raccontare gli eventi attraverso pezzi di storia personale, vicende, nomi, testimonianze storiche, commistioni di informazioni che rendano “soggettivo” il racconto, ma oggettivo come solo una buona inchiesta deve essere. Un libro scomodo per le verità nascoste o non narrate che vengono, invece, raccontare senza filtri, nella crudezza degli eventi, nella fastidiosa purezza delle informazioni che non lasciano spazio ai silenzi, al non detto, a ciò che è stato occultato. Venticinque anni di lotte, di ricordi, di storie, di accadimenti, ma anche tuffi nel passato, nella storia di un popolo che ha sempre lottato per la sua terra, per il suo mondo, per le sue memorie e ha risposto compatto a quella che ha vissuto come una aggressione immotivata, con presupposti errati e fondata su interessi che non erano quelli del popolo, ma asserviti a biechi giochi di potere. Un linguaggio semplice ma poetico, con scorci descrittivi di una bellezza estasiante e fughe storiche commoventi. Un vaso di Pandora aperto e libero dalla falsa informazione, scomodo, ma che ha mostrato un popolo forte, non egoista, ma libero e capace di dire no al potere forte che inganna e distrugge. Una lettura violenta a volte e amara, ma che ti apre alla verità e ti libera, ti aiuta a farti un’opinione, a prendere una posizione.

 


 

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