Un viaggio chiamato vita

Un viaggio chiamato vita

La vita con Banana Yoshimoto è stata generosa di esperienze invidiabili. Le è stata offerta la possibilità di viaggiare molto, soprattutto in Occidente, dove ha visto, gustato e annusato quanto di più lontano si possa immaginare dalle immagini, i sapori e gli odori di Tokyo. Ci sono state le piramidi di Giza, imperturbabili nel loro resistere allo scorrere dei secoli; un alloggio in stile giapponese nel cuore delle montagne australiane, completo di bagni termali all’aperto; e poi ancora l’anice, i gelsomini e il rosmarino della Sicilia in primavera. Eppure Banana conosce bene il valore dei ricordi e sa che non c’è bisogno di arrivare fin dall’altra parte del globo per accumularne di preziosi. Lo sa sin da quando, agli esordi della sua carriera letteraria, lavorava in un bar come cameriera, destreggiandosi tra le richieste di avventori esigenti e le domande dei giornalisti. Fina da giovanissima Banana ha imparato a usare la propria sensibilità come uno strumento per cogliere ogni sfumatura dell’esistenza e ricavarne un significato più grande. Che si tratti di parlare alle piante, allevare una tartaruga, portare in grembo un bimbo o assistere agli ultimi istanti di vita del proprio cane, Banana ha scelto di vivere appieno ogni momento, senza rimpianti…

Nella postfazione che conclude questa raccolta di saggi Banana Yoshimoto ci confida di essere negata per la saggistica, ma di aver comunque sentito la necessità di affidare la narrazione dei suoi ricordi ad una forma diversa dal romanzo. Un viaggio chiamato vita non sarà ai livelli dei più famosi Kitchen, Moshi Moshi e N.P., ma l’autrice riesce comunque ad affrontare quegli stessi temi con la delicatezza e la sensibilità che l’hanno resa celebre in Giappone e nel mondo. I saggi sono stati raggruppati attorno a tre tematiche principali e nel corso di diversi anni: viaggio, la vita in tutte le sue forme e ricordi. Le riflessioni che vi sono contenute non cadono rigidamente in una sola categoria, ma spesso si ripropongono, vorticando in un flusso di coscienza dal sapore tutto orientale. La voce di Banana è fresca e accogliente, e facilita la riflessione anche in quei punti in cui la narrazione si rivela più debole e ripetitiva. Tra le sequenze più riuscite ci sono sicuramente la denuncia della società giapponese contemporanea, così rigida e improntata all’efficienza da arrivare a soffocare soprattutto i giovani; i ricordi dell’autrice bambina, come il té freddo preparato dalla signora Akko; gli ultimi mesi di vita del cane di famiglia. Se ne ricava nel complesso una lettura piacevole, confortante, che si lascia avvicinare senza sforzo, ma che regala comunque ad ogni lettore piccole perle esistenziali.



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