Una città di scoglio

Una città di scoglio

Tra bagliori descrittivi e richiami storici, tra ricami di marca poetica e rivelazioni intime dell’autore, l’immagine di Ancona che appare in queste pagine è quella di una città pietrificata da antichi retaggi storici inespressi e da una vocazione marinara mancata. Di una città portuale stranamente refrattaria alle contaminazioni degli usi e dei costumi, impermeabile al contagio delle tendenze che si sono avvicendate nel corso dei secoli lungo le rotte del Mare Adriatico. Ancona, la cui conformazione a gomito rende possibile vedere il sole levarsi all’alba e tornare al tramonto, ha conservato l’essenza ruvida di una città di scoglio, le cui rupi precipitano a capofitto sul mare disegnando una costa aspra che invita e respinge, inospitale e ombrosa, volubile e imbronciata come l’umore dei propri abitanti. I quali non perdono mai di vista poche ed essenziali certezze, mentre i loro dubbi danno l’impressione di proteggere svogliatamente un mistero antico e ineffabile. Quello stesso mistero che la città, renitente alla valorizzazione dei propri giacimenti archeologici, tiene nascosto in un punto irraggiungibile, forse tra le grotte scavate nella roccia del Conero che frastaglia il litorale, o tra le cavità sotterranee del centro storico abbarbicato attorno al promontorio da cui troneggia il millenario Duomo di San Ciriaco. Là dove salì Vincenzo Cardarelli, scrivendo “Ancona è riottosa, e per vederla , occorre guadagnarsela, è necessario salire”…

Francesco Scarabicchi si promena tra gli scenari della propria città senza tirare la manica al lettore, ponendosi esattamente in mezzo come un erudito umanista d’antan che disegna il percorso sulla base di intime strategie socio-culturali. Il suo tragitto solitario va oltre le intenzioni divulgative, ma si limita a raffigurare una geografia locale nella quale vediamo transitare un microcosmo di immagini e sensazioni, di istantanee e ricordi, di luoghi e personaggi di quella che è per l’autore una città del disagio, nella quale si finisce per essere estranei perfino a sé stessi. Evocati da una prosa poetica che è quanto di più lontano si possa immaginare e dal lessico saggistico convenzionale e dalla narrativa di viaggio, voci, echi, suoni si levano lentamente dai profondi recessi della loro sepoltura, affiorano al limitare dei loro silenzi eterni in una dimensione completamente sganciata da ogni sorta di rigore storico e documentale. Il resoconto delle sue perlustrazioni desiderano essere la forma di un racconto, lo strumento di una comunicazione La sua opera un ossimoro visivo capace di conciliare la proiezione sdoppiata di una città di una bellezza oscura che sembra bastare a se stessa, con la strana e imprevedibile malinconia che suscita. Lontano da ogni intento celebrativo, Una città di scoglio è un libro prodigo di sollecitazioni per il lettore e un’opportunità che uno dei nostri maggiori poeti contemporanei concede a se stesso di portare alla luce i sintomi del proprio disagio e un modo per tentare di superarlo.



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