Una diga sul Pacifico

Una diga sul Pacifico
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Nell’Indocina francese – l’odierno Vietnam – la madre lotta contro la miseria e le scelte sbagliate compiute per ignoranza e ingenuità. I suoi figli Joseph e Suzanne crescono odiando la piana delle risaie in cui a causa delle inondazioni del Pacifico non è possibile coltivare nulla. La diga costruita ipotecando il loro bungalow e indebitandosi con le banche è stata spazzata via in una notte. In quella piana la fame è una costante, i bimbi muoiono soffocati dai vermi che vengono strappati a mani nude dalle loro gole o stroncati dalla malaria e i corpi restano a marcire nel fango: “Ne morivano così tanti che non li si piangeva più, e da gran tempo ormai non li si seppelliva neppure”. Che speranza si può avere nel futuro? La madre ha mille progetti, nessuno realizzabile e per questo si consuma fino quasi alla pazzia, ma forse una possibilità c’è. Se la figlia di diciassette anni riuscisse a sposare un uomo ricco tutti e tre avrebbero una via di scampo. I debiti con la banca verrebbero saldati, i denti marci di Joseph si potrebbero curare, la miseria e la desolazione svanirebbero. L’arrivo di M. Jo apre uno spiraglio: col suo anello di diamante, la sua limousine, gli abiti costosi che importanza hanno la bruttezza, la debolezza, il disprezzo che suscita al solo osservarlo? Oppure questo sarà l’ennesimo errore di valutazione, una nuova sconfitta che porterà il cuore e la mente della madre più vicini al baratro…

Marguerite Duras ha infuso in questo libro tutta l’esperienza dei luoghi in cui ha vissuto fino ai diciotto anni, le immagini di povertà e rassegnazione delle popolazioni locali. La parola “fame” viene ripetuta innumerevoli volte, ossessiva e angosciante come le descrizioni di bimbi morenti a causa della malnutrizione, delle malformazioni, delle piaghe. Il sole cocente brucia la piana e altrettanto fa il sale che il mare sparge sul terreno. Eppure la madre – il cui nome non viene mai scritto – Joseph e Suzanne che dovrebbero in virtù delle loro sfortune accattivarsi la simpatia del lettore, non ci riescono. La situazione in cui vivono è frutto di scelte personali e leggerezza, inoltre sono volgari, sporchi, cinici al punto da infastidire, anche quando si accaniscono contro il pusillanime M. Jo. Pur patetico e ignobile, col suo amore languido e i modi supplichevoli, un uomo pieno di difetti, come l’anello che dona a Suzanne, meno prezioso del previsto. La città di Ram appare crocevia di figure infelici, abbruttite, incapaci di fuggire perché consapevoli che altrove nel mondo un posto che le accolga non esiste. Ed è questo a rendere la lettura ipnotica, non ci sono vincitori, se ne ha consapevolezza e si va avanti. Colonna sonora della storia la canzone amata da Joseph: Ramona di Marbel Wayne, ancora di salvezza e allo stesso tempo tormento che porta a idealizzare una vita impossibile da conquistare. Una vita felice.



 

 

 

 
 
 
 

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