Una lettera dal deserto

Una lettera dal deserto
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Per quale ragione un ex medico italiano decide di abbandonare tutto e andare a dirigere un allevamento di bestiame oltre il rio Perené, in una vasta e solitaria prateria immersa nella foresta peruviana? È quanto vuole sapere un giornalista giunto a Lima, agli inizi degli anni ’50, per scrivere dei reportage sul Sud America. Il misterioso mandriano gli rivela il proprio segreto. Il suo racconto parte da quando, dopo un anno di guerra in Libia e tre di prigionia, ritorna a casa. Lui sa di non essere più l’uomo di un tempo e prova amarezza nel percepire che invece i genitori, il fratello e la sorella non lo vedano affatto cambiato. Di fronte all’insistenza dei famigliari riguardo a una lettera che aveva loro promesso ma che non aveva mai scritto, ricorda gli ultimi giorni passati nel deserto prima di essere catturato. È qui che incontra il tenente Petriccione, roso dai rimorsi per le brutalità commesse e dalla paura di morire, e l’anziano Ognibene che sbraita contro il senso del dovere a cui oppone il suo “disordine”. Ma a colpirlo è soprattutto il capitano Salvini che, moribondo, gli chiede di bruciare una busta piena di lettere, per poi, in un sussulto di coscienza, ordinargli di rimetterla dove si trovava, perché ciò che conta è solo la verità…

Il tema del reduce ha sempre avuto largo spazio nella letteratura e, in modo particolare, nel cinema. In questo breve romanzo pubblicato da Il Saggiatore nel 1960 e riportato in libreria da Endemunde, esso è trattato non tanto da un punto di vista naturalistico, bensì in un’ottica ontologica. A Enrico Emanuelli, storica firma de “La Stampa” e del “Corriere della Sera” interessa, attraverso la figura di un ex tenente, smascherare l’ipocrisia della gente e della società, troppo dipendenti da convenzioni falsamente perbeniste. Come sottolinea Ognibene, c’è una sottile linea che separa l’ordine dal disordine, la falsità dall’onestà, la certezza dal dubbio. Lo scrittore piemontese cerca di individuarla nei suoi personaggi: in quelli perfettamente integrati nel sistema, come i genitori dell’allevatore o i fascisti convinti, e nei più inquieti e problematici, dei quali Salvini è l’esempio emblematico. Quel che conta è il coraggio, almeno una volta nella vita, di guardare in faccia la verità e di affermarla anche se scomoda e dolorosa. Il gran pregio di Emanuelli è la capacità di indagare l’uomo nei suoi impulsi più profondi e di saperlo inchiodare alle proprie responsabilità per quanto possano essere dure e per niente digeribili. Da queste, sembra dire, prima o poi non si scappa.



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