Una modesta proposta

Una modesta proposta
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Un paradosso estremo, cinico e corrosivo: tanto indegne e ingiuste sono le condizioni del popolo irlandese sotto il tacco dell’arroganza inglese, che per combattere l’indigenza e la miseria Jonathan Swift suggerisce che i figli del popolo debbano essere messi in vendita e mandati al macello, per alimentare con stile le classi dominanti della nazione egemone, naturalmente speziando le carni con pepata fantasia e col dovuto brio. La soluzione, giura il sarcastico e ispirato padre de I viaggi di Gulliver, può rivelarsi costruttiva in diverse direzioni: garantirà risparmio ai poveri e al contempo garantirà soddisfazione ai palati più sofisticati, limitando l’accattonaggio, i furti e la disperazione, altrimenti pittoresca nelle sue infinite e deplorevoli declinazioni. Che malinconia ‒ ammette il pastore Swift ‒ camminare per Dublino e vedere tanti miserabili coperti di stracci, ridotti a mendicare un tozzo di pane dopo l’altro! Il disegno sardonico dell’intellettuale mira a ridurre il numero dei papisti, davvero troppo prolifici e politicamente compromettenti; a stabilire una saggia equivalenza di prezzo tra bambini, bestiame e banconote, altrimenti sconosciuta; a migliorare il patrimonio della Corona; a consentire ai poveri di non doversi arrovellare per mantenere in vita infanti dopo lo svezzamento; in altre e meno sarcastiche parole, a denunciare condizioni di vita inumane e inaccettabili e a rovesciare la tirannide imperiale…

1729. Sarah, la vedova dello stampatore John Harding, già ospite delle patrie galere per non aver tradito Swift in passato, pubblica a Dublino la prima, urticante edizione di Una modesta proposta, ovviamente anonima. Poco dopo, il caustico e corrosivo libello appare a Londra, senza nessuna modifica. Un anno più tardi, il testo appare in una nuova edizione, completa di due approfondimenti sulla condizione dei figli d’Irlanda, firmati Thomas Prior. È un anonimato che nasconde, senza fortuna, un patriota irlandese che non si stanca di denunciare e smascherare le prepotenze britanniche: il pastore anglicano Jonathan Swift. Ha poco più di sessant’anni, la salute è ballerina e lo stato d’animo disilluso e malinconico, perché niente è andato come doveva andare; e tuttavia la mano è rimasta ferma, lo sguardo cristallino e invecchiando s’è tinto di un carisma nuovo. Il suo coraggio appare così radicale che, per quei tempi, non si può non percepirlo sconsiderato. Tecnicamente, Una modesta proposta è solo un pamphlet, un foglio di poche pagine; la nuova edizione di Marsilio, curata da Luciana Pirè, docente di Letteratura Inglese a Cassino, è completa di testo a fronte; si poggia su una robusta introduzione della curatrice, su una dettagliata nota biobibliografica, su un discreto apparato di note al testo e su una bibliografia suddivisa in “Opere di Jonathan Swift”, “Edizioni di A Modest Proposal”, “Lettere”, “Biografie”, “Selezione di studi critici”, “Studi critici di rilievo per A Modest Proposal”, “Traduzioni italiane”, “Studi critici italiani”. Lo scritto di Swift sta invecchiando con disinvolta grazia: è una pagina paradossale e liminare, e tuttavia rimane una provocazione saggia e dovuta; le condizioni del popolo irlandese, costretto a sopravvivere spesso al di sotto dei limiti della sopravvivenza, erano eccezionalmente drammatiche e servivano choc culturali per scuotere l’indecente amministrazione inglese, insensibile a tutto. Proprio le leggi inglesi avevano implicato l'abbandono e la desertificazione delle campagne: in Irlanda, complice anche la carestia, si poteva letteralmente morire di fame. Oppure andare schiavi di Sua Maestà, magari alle Barbados, meglio ancora se tra i dieci e i quattordici anni di età. Non si tornava mai indietro. Vale la pena annotare che soltanto settant’anni dopo questo scritto venne concessa l’indipendenza legislativa al Parlamento irlandese. Per l’indipendenza serviva ancora tanto sangue, tanta letteratura e tanta rabbia.



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