Una morte sola non basta

Una morte sola non basta

Roma, inizio degli anni Cinquanta. Mario è appena entrato nel reparto di maternità dell’ospedale San Camillo. È nata sua figlia Michela da pochissime ore. Non è riuscito ancora a vedere né lei né sua moglie ‒Annamaria. I medici e gli infermieri lo tranquillizzano: tutto è andato per il meglio. Madre e figlia godono di ottima salute. Si tratta solo di attendere. Mario si arma di pazienza. C’è un piccolo atrio. Attenderà lì. Si accende una sigaretta e lentamente lascia fluire i pensieri. Ad un tratto una bimba, correndo, gli arriva contro le gambe. Dietro di lei un uomo corpulento la insegue portando una donna che porta i segni di un bruttissimo incidente e che non riesce neppure a deambulare. Ilaria, la bimba, è poco più grande di Michela appena nata. Il caso ha voluto che fossero lì, assieme. Nonostante le loro vite saranno separate per altri vent’anni. Michela crescerà in una famiglia atipica: le sorelle del papà vivranno con loro. Le due donne, non sposate, non saprebbero come sostenersi senza l’aiuto del fratello. Eppure odiano profondamente madre e figlia e a loro non lesinano qualunque genere di violenza domestica, seppur celata agli occhi dei più. La mamma di Ilaria sarà invece costretta a restare in una comunità per riabilitazione per molti anni. Enzo, lo zio, si dovrà prendere cura della piccola. Ilaria e Michela, due bimbe oltraggiate, in modo diverso, nella loro innocenza che dovranno attendere oltre vent’anni per raggiungere il loro riscatto…

Una morte sola non basta, esordio narrativo di Daniela Alibrandi, è un libro estremamente duro. La storia di Ilaria e Michela è narrata con estrema nitidezza, senza lesinare sui particolari più atroci e più crudeli delle mille sofferenze e dei mille e mille abusi a cui le due bimbe prima ‒ e le due adolescenti dopo ‒ saranno sottoposte dai loro familiari. La famiglia medio-borghese italiana degli inizi degli anni Cinquanta è scardinata, divelta: nessuna felicità è mai possibile negli schemi rigidi e falsi del perbenismo del nostro Paese e dietro l’immagine di “normalità” si celano mostri. Lo stile della Alibrandi è diretto, quasi che voglia colpire sempre e comunque allo stomaco del lettore. L’indugiare nei particolari più sordidi non è però sempre una scelta narrativa vincente. A volte, lasciare all’immaginazione di chi legge anche la crudeltà potrebbe essere una soluzione stilistica appropriata: in questo romanzo sembra ci sia quasi un “accanimento terapeutico” nelle descrizioni così dettagliate degli abusi commessi. Una scelta coraggiosa, certamente, misurarsi con un romanzo che affronta a latere anche i cambiamenti della società italiana tra gli anni Cinquanta e i Settanta: dalla famiglia patriarcale alle lotte per l’emancipazione femminile, la lotta di classe, il referendum sul divorzio, le lotte studentesche. È l’Italia che cambia. E cambieranno le due protagoniste, nonostante tutte le difficoltà. Da vittime diverranno finalmente protagoniste della loro vita, raccoglieranno i cocci della loro esistenza e si riprenderanno la cosa più importante: la loro libertà.

 

 
 
 
 

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