Una ragazza lasciata a metà

Una ragazza lasciata a metà
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La ragazza è cupa, il suo giovane corpo è invaso da ondate crescenti che si accavallano furiosamente e si ritirano lasciandosi dietro risacca, detriti, confusione ma anche un territorio desolato, assetato, che ne anticipa il ritorno perché ogni onda porta con sé un pezzetto di qualcosa, una tessera del puzzle per la costruzione di sé che lei ancora non sa dove incastonare e che ammucchia a casaccio nell’anima, fino a ostruirsi i pensieri, costruendo dighe che reggeranno solo fino alla prossima ondata di marea. La sua mente è invasa, cavalcata da orde di pensieri ed emozioni che non sa governare. Attraverso di lei fluiscono i pensieri di chi le sta intorno, quelli del suo fratellino reduce da un tumore al cervello le si riversano dalla bocca come se fossero i propri, fino a che le emozioni non diventano troppo forti da gestire. La vergogna per le prese in giro e le botte, gli spintoni, i ghigni derisori che lui subisce si fanno un peso troppo grosso anche per la sua mente infiammata. Nella sua mente sempre più spazio è occupato dal dolore, il suo, quello del fratello, quello della sua mamma che le prova tutte per vivere dignitosamente nella miseria ma poi finisce per soccombere al giudizio di un padre bigotto, a quello di una sorella benpensante e benestante. Lei rifiuta tenacemente di cedere alle convenzioni, resta nascosta in cucina a lavare i piatti per origliare le conversazioni, smascherare le ipocrisie, svelare i bluff, vomitare il proprio disprezzo sulla carità pelosa. Rifiuta di indossare mutandine di seconda mano ‒ o seconda chiappa ‒ siano esse rosa o verdi. Tutti intorno a lei soccombono a qualcosa: un Dio che a quanto pare parla attraverso i ragazzini sofferenti, una statuetta di gesso della madonna, i giudizi dei professori che decretano suo fratello handicappato, gli insulti dei compagni, il confortevole nonsenso delle litanie di preghiera. Allora, perché non provare a lasciarsi andare, a cedere a quelle mani, a quella voce suadente di adulto che promette, lusinga, accarezza, risveglia il suo corpo a sensazioni per le quali anche l’Enciclopedia Britannica sembra avere parole troppo deboli. La ragazza ha “tredici anni e più” e vuole urlare…

Non ha un nome e non potrebbe averlo la ragazza lasciata a metà da Eimear McBride e non ce l’avrà nemmeno in Lesser Bohemians, secondo volume non ancora pubblicato in Italia di quella che si presume sarà una trilogia dell’incompiutezza, ma ha una voce ed è una voce potente, stentorea. Il flusso incessante dei suoi pensieri smozzicati invade la carta: un fiume di inchiostro, un rigurgito di bile, la punteggiatura niente più che un singulto che interrompe un conato di vomito. Qualcuno ha scritto che non si può disturbare Joyce per ogni stream of consciousness in forma di libro e nel caso della McBride la sua opera è un potentissimo flusso di coscienza, ma lo stile, la scelta dei vocaboli, la punteggiatura, i pensieri smozzicati sono talmente potenti ed evocativi di per loro da non permettere alcun paragone con nulla che abbiamo letto finora. Entrare nel mondo e nella testa di questa ragazza richiede uno sforzo titanico, richiede la capacità di lasciarsi trasportare al largo dalle onde sempre più alte, incalzanti, minacciose che inevitabilmente attirano i corpi vero il basso, verso abissi bui e minacciosi, ma, soprattutto richiede che nell’immergerci in questo oceano di dolore, rabbia, disprezzo per il mondo degli adulti, lasciamo a riva tutto ciò che pensiamo che un libro debba essere, tutto quello che abbiamo imparato sulla costruzione di una frase, sull’uso della punteggiatura, sulle convenzioni letterarie e non. E’ una sfida ardua quella che pone questo libro che all’autrice è stato rifiutato per ben otto anni da decine di editori, ma Riccardo Duranti è riuscito a coglierla magistralmente regalandoci una traduzione perfetta che l’editore Safarà ha magistralmente incastonato nei suoi formati “tagliati”, che se non fossero esistiti avrebbero dovuto essere inventati per fare da perfetto contrappunto grafico a questo piccolo, disturbante capolavoro.



 

 

 

 
 
 
 

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