Una specie di paradiso

Una specie di paradiso

Marzio cura una rubrica antipapista sulla rivista “Dossier internazionale”. Scrive i suoi pezzi scagliandosi contro il clero, il Papa, i preti pedofili, l’oppio che acceca i popoli. Ha una famiglia distrutta, un fratello morto durante l’esplosione di una caldaia, due genitori divorziati, rimasti moralmente sotto le macerie col figlio, una sorella in carriera che fa la spola tra Mumbai e Pechino per una società assicurativa. Nemmeno lui è messo bene. Sopravvissuto al fratello, si trascina per il mondo senza trovare il suo spazio, se non quello di vomitare tutto il suo odio anticlericale nella sua rubrica. Ora, come poche altre volte, è tornato a casa dove lo aspetta una madre sola, fallita e sconfitta. In coincidenza del suo ritorno alla chiesa ortodossa si acclama al miracolo: l’icona della Madonna piange lacrime umane. Marzio ne è incuriosito, va a ficcanasare pieno dei suoi pregiudizi, delle sue riserve e delle sue provocazioni: ne potrebbe venire fuori un bel pezzo. Solo che non ha fatto i conti con una cosa che gli scava dentro. Di notte, preso da un raptus, un bisogno, o lui sa cosa, trafuga l’icona e la nasconde nel luogo per lui più sicuro. Nel quartiere inizia la caccia al ladro, la ricerca della Madonna scomparsa e, contestualmente, anche la lotta intestina tra le confessioni, tra cattolici e ortodossi, tra cattolici, ortodossi e musulmani e, per non farsi mancare niente, tra cattolici, ortodossi, musulmani, gay e radical chic coi porcellini vietnamiti al guinzaglio…

Il ratto dell’icona è un alibi utile a sprigionare tutto ciò che c’è nei bassifondi degli individui, soprattutto quelli fanatici di un’idea, di una credenza, di una posizione sociale. Gli idolatri di qualcosa o di qualcuno. È anche lo strumento per iniziare a scavarsi dentro, analizzare il proprio passato, sviscerare la pochezza del proprio presente. La ricerca del capro espiatorio è il rinnovarsi dello stigma sulla fronte del diverso per provenienza, religione, orientamento sessuale: uno scontro frontale dal quale nessuno esce indenne. I temi affrontati sono attuali, attualissimi e spaziano dal razzismo alla disinformazione che spesso si sovrappongono generando confusione e che – altrettanto spesso – diventano utili, talvolta necessari, a mantenere ben oliata la macchina di un sistema sicuritario il cui scopo è mantenere viva la fiammella della tensione perché scoppi in incendio al momento opportuno. Sul versante della struttura narrativa, invece, spesso purtroppo la trama collassa in un dipanarsi di sottotracce graciline, inutili all’economia del racconto che, a sua volta, sembra voler pescare (senza riuscirci) ora all’acume ironico di Benni, ora (senza riuscirci tanto nemmeno questa volta) – per allentare il tono dell’impianto e non renderlo eccessivamente grave – a quell’elaborato utilizzo del nonsense à la Ian Sansom, per fare un nome. Fortunatamente, in extremis, la storia si riprende un po’ con gustosi colpi di scena ed un finale neanche tanto scontato.



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