Una storia vera

Ctesia, figlio di Ctesioco, “scrisse intorno all’India cose che egli non vide e non udì dire da nessuno”. Iambulo raccontò delle meraviglie che si trovano nel mare, peccato che anche le sue fossero tutte bugie. Per non parlare del “maestro di tale ciarlataneria”, l’Ulisse di Omero. Luciano non vuole essere da meno e così decide di raccontare un viaggio mirabolante da lui stesso compiuto assieme a cinquanta avventurosi giovani. Attrezzata una nave “da poter durare a forte e lunga navigazione”, hanno navigato fino alle Colonne d’Ercole, le hanno oltrepassate e si sono inoltrati nell’ignoto, spaventoso Oceano. Investiti da una tempesta che dura settantanove giorni, all’ottantesimo i coraggiosi marinai scorgono in lontananza un’isola “alta e selvosa, intorno alla quale non frangeva molto il mare”. Luciano con venti compagni sbarca sull’isola per esplorarla: poco lontano dalla riva, nel bosco, trovano una colonna di bronzo con una scritta in greco consumata dal tempo: “Fino qui giunsero Ercole e Bacco”. Poi un fiume di vino, popolato da pesci che hanno il colore e il sapore del vino; e al di là del fiume una macchia di viti che nella parte superiore, al posto dei rami, hanno membra femminili. Mentre gli uomini si avvicinano a queste piante mostruose, esse li salutano graziosamente parlando lidio, indiano o greco. Due marinai, infoiati, abbracciano quelle donne-pianta e iniziano ad accoppiarsi con loro, ma una volta possedutele, non riescono più a staccarsi da esse, rimanendo attaccati alle piante per i genitali: e subito dopo iniziano a tramutarsi in viti anch’essi. Terrorizzati, i marinai fuggono verso la nave e salpano, ma il giorno successivo “un improvviso turbine” cattura la nave e un vento spaventoso la fa volare per sette giorni e sette notti, finché non raggiunge “una gran terra nell’aria, a forma di un’isola lucente, sferica e di grande splendore”. Quel luogo misterioso è la Luna…

Quella di Luciano di Samosata, nato nell’odierna Turchia, non lontano dal confine con la Siria, nel 120 e morto ad Atene intorno al 180 dopo aver vissuto ad Antiochia, Roma, in Egitto e forse anche in Gallia, è la storia di un borghese del secondo secolo dopo Cristo cresciuto a pane ed ellenismo, un uomo che a quanto si sa ha svolto compiti importanti nella burocrazia dell’Impero romano, ma con una passionaccia per la scrittura durata tutta la vita, che trascorse da celibe. Coerentemente con la sua fama di vero campione della cosiddetta “Seconda Sofistica” – la corrente culturale e letteraria che ripudiati i classici temi filosofici aveva messo al centro dell’arte oratoria il virtuosismo fine a se stesso, l’arguzia, l’ironia, il gioco di parole – il Luciano autore di prosa (tra le circa ottantatré opere, una decina delle quali considerate spurie, a noi pervenute ci sono anche discorsi pubblici, dissertazioni religiose, trattati filosofici) è quasi sempre satirico se non addirittura comico. Non fa eccezione Una storia vera (in greco antico Ἀληθῆ διηγήματα, letteralmente Storie vere), la più celebre tra le cinquanta opere raccolte in questo volume. Una parodia de l’Odissea che – probabilmente al di là delle intenzioni del suo stesso autore – è passata alla storia come “prototipo” dei romanzi fantastici d’avventura come I viaggi di Gulliver o Le avventure del Barone di Münchausen e soprattutto è il testo più antico a noi pervenuto in cui si racconti un viaggio sulla Luna, da alcuni per questo addirittura definito il primo romanzo di fantascienza della storia. L’edizione nei tascabili Adelphi è quella datata 1944 in cui la memorabile traduzione di Luigi Settembrini, realizzata tra 1851 e 1859 mentre l’autore era nelle carceri borboniche nell’isola di Santo Stefano, è stata rivista e annotata da Alberto Savinio, che ha realizzato anche le numerose illustrazioni.



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