Una tempesta qualunque

Una tempesta qualunque
Adam Kindred, climatologo inglese poco più che trentenne, conduceva un’esistenza agiata e ragionevolmente felice finché non aveva mandato tutto all’aria concedendosi un’estemporanea digressione erotica con una sua studentessa universitaria. Quell’amplesso frettoloso consumato nella più improbabile delle alcove gli era costato carissimo: divorzio immediato dalla moglie con minaccia di scandalo e preclusione di carriera accademica. Così aveva lasciato l’America ed era tornato a Londra, dov’era nato, per cercare lavoro e ricominciare da capo. Quando lo incontriamo per la prima volta, è affacciato sul Chelsea Bridge che guarda scorrere il Tamigi. Ha appena sostenuto un colloquio per un posto di ricercatore all’Imperial College e, mentre si incammina per le vie tranquille dietro al Royal Hospital, gli vien voglia di entrare in un ristorante italiano. Un signore al tavolo accanto, che si presenta come dottor Philip Wang, allergologo, gli attacca garbatamente bottone, poi se ne va dimenticando sotto a una sedia una cartellina. Adam se ne accorge e gli telefona per restituirgliela. Solo che, arrivato all’appartamento di Wang, trova la porta socchiusa, ogni cosa sottosopra e il dottore agonizzante, con un coltello nel fianco, che gli muore praticamente tra le mani. Preso dal panico scappa, e tutto precipita. Ora c’è un brutto ceffo che lo insegue con l’intenzione di farlo fuori, è ricercato dalla polizia che non ha impiegato molto a mettersi sulle sue tracce. Spaventato e frastornato, Adam sceglie d’istinto il sistema più sicuro per scomparire: diventare invisibile, confondendosi fra i tanti diseredati della metropoli. Ma intanto si interroga sui documenti di Wang che ha portato con sé nella fuga (di cui ignora il valore e il significato). Di certo nascondono qualcosa di grosso, e lui deve scoprire in fretta di cosa si tratti, se vuole uscire dalla clandestinità per riprendersi la sua identità e la sua vita...
William Boyd è uno dei grandi scrittori inglesi di oggi, e lo si capisce man mano che ci si addentra in questa storia incalzante, che è un vero trionfo della casualità perversa. Utilizzando un impianto di sapore hitchcockiano – un omicidio apparentemente gratuito e un uomo che sapeva troppo, a cui viene data la caccia perché confessi quello che non sa di sapere – Boyd ci mostra come un placido tran tran possa frantumarsi nel giro di poche ore per una sfortunata concatenazione di eventi. È la declinazione a livello individuale del cosiddetto effetto farfalla (quello secondo cui un lepidottero che sbatte le ali in un emisfero sarebbe in grado di provocare una tempesta dall’altra parte del mondo). Adam Kindred, allo stesso modo di certi personaggi di David Goodis, è il tipico uomo qualunque, che facendo la mossa sbagliata al momento sbagliato finisce di punto in bianco in un mare di guai. Grazie alla sua intelligenza, però, se la cava egregiamente a rimanere a galla, dimostrando uno spirito di adattamento non comune. Perchè non è da tutti accantonare di colpo cellulare e carte di credito, troppo tracciabili per essere usati, far bastare i pochi contanti rimasti in tasca, scordarsi le comodità dell’albergo e accamparsi fra le sterpaglie del lungofiume. Adam lo fa, spogliandosi del suo vecchio se stesso per diventare un barbone, uno delle migliaia di miserabili che chiedono l’elemosina, si lavano nei bagni pubblici, campano di pasti offerti da società caritative. Sporco, affamato, con le ossa doloranti per le notti all’addiaccio, ma libero. In questo noir tutto sommato ottimista, che premia il senso di autoconservazione, Boyd dà alle parole la stessa scorrevolezza del fiume da cui tutto ha inizio. Parole vive, che rendono tangibili ai nostri sensi l’atmosfera appiccicosa del sottobosco londinese popolato di prostitute, mendicanti, ladruncoli e delinquenti, lo slang stridente che parlano, l’afrore dei tuguri che abitano. Dai tempi di Fagin non è cambiato molto: si è evoluta la tecnologia, la miseria morale e materiale è sempre la stessa. Che lo si legga come thriller, come trattato socio-antropologico dei suburbi o come manuale di sopravvivenza dell’accattone, Una tempesta qualunque è comunque un libro straordinariamente godibile. E ci regala una piccola consolazione: anche il più sventato, scalognato e inerme degli agnelli, facendosi crescere un po’ di zanne e artigli, ha la speranza di salvare la pelle dai lupi.

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