Una terra chiamata Alentejo

Una terra chiamata Alentejo
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L’Alentejo è una terra dura, inospitale e avida in un Portogallo rurale, quello degli inizi del Novecento, povero e disperato, quasi un’isola lontana con velleità da impero coloniale. Nella grande coorte del bracciantato ignorante e sottomesso, legato a doppio filo con il latifondo, linfa dell’economia e al tempo stesso sanguisuga, trova posto la storia della famiglia Mau-Tempo. Domingos fa il ciabattino, un mestiere per le mani di cui non sa che farsene e tanto vento in testa che lo rende irrequieto, assieme all’alcool che gli scorre in abbondanza nelle vene. Uno zingaro inquieto con prole ed una moglie disposta a tutto pur di prenderselo come marito affogando poi nel doveroso silenzio coniugale un rimorso senza fine, impastato con la malta della rassegnazione. Troverà una pace scomoda, Domingos, nella corda che si passerà intorno al collo, nel folto di un uliveto, che se lo trascinerà all’altro mondo. A lui sopravvive la sua famiglia tra gli stenti, nel latifondo, partecipando ai tumulti intestini di un Portogallo che si trascina violentemente dalle prime lotte contadine del 1910 fino alla Rivoluzione dei Garofani del 1974. In mezzo quattro generazioni di Mau-Tempo che si consumano con João e suo figlio Antonio che vivono sulla propria pelle le rivendicazioni del bracciantato, ma anche le meschinità di una insulsa guerra tra poveri. Sono protagonisti, spesso impotenti ed inconsapevoli, della brutalità e della cattiveria umana che all’interno del Paese arriva come una botta secca di rimando agli eventi che stanno sconvolgendo l’Europa e il mondo. La loro esistenza meschina è l’indegno risultato di quel patto tripartito tra chiesa, padroni e potere che all’evoluzione sociale di un popolo ha sempre risposto con la paura, con la violenza e con la menzogna…
Saramago ha fatto del raccontare la Storia come si trattasse di una favola il suo tratto distintivo. Una terra chiamata Alentejo non esce da questo solco, anzi, ne scava uno ancora più profondo. E’ una favola per adulti abbastanza coraggiosi da addentrarsi nel fetido budello delle classi sociali che marchiano a fuoco l’individuo, soprattutto se l’individuo appartiene al popolo basso, alla plebe, al proletariato povero e diseredato. Il latifondo ed il suo indotto hanno sempre qualche fatica da assegnare a qualcuno: un metodo cinicamente democratico di fortificare i bambini per poi spezzargli la schiena quando diventeranno uomini fatti, induriti dai calli, cotti dal sole, gonfiati dagli acquazzoni. La storia dei Mau-Tempo è la storia del Portogallo, soprattutto la storia di quel Portogallo salazarista “orgogliosamente solo”, posto ai margini di un’Europa che cresce, infettato da una violenza interna inaudita e da una povertà ancora più tragica. Gli echi della guerra, della perdita delle colonie, del franchismo e della guerra civile spagnola restano su uno sfondo sfuocato che all’interno del Paese però si traduce in uno spietato, sempre più crescente ed ossessivo processo di sradicamento del germe comunista e nel convincimento, inculcato dalle prediche dei preti, che la condizione dei contadini quella è e quella resterà. A maggior gloria di Dio. Saramago ci racconta tutto come se ci avesse invitati a bere un caffè davanti al camino, come se quelle storie gli appartenessero per biografia personale. Ce le commenta, le farcisce di digressioni come fanno le comari quando raccontano un fatto comodamente sedute sull’uscio di casa senza risparmiarci la drammaticità degli eventi, ma avvolgendoli in una nuvola di sogno disordinata nella forma quasi anarchica, dannatamente ordinata nella sostanza. Leggerlo è uno sforzo titanico, come tenere tra le dita migliaia di fili di un burattino senza dover intricare la matassa. Senza accorgercene ci invischiamo in righe di aspra denuncia per la Chiesa che inganna i poveri, per il potere che semina violenza cieca, per il padronato che schiaccia sotto il tacco della propria ricchezza il lavoratore.  La storia di una famiglia diventa in realtà la cronaca del bracciantato rurale portoghese partecipe di una miseria condivisa. E’ questo il numero tracciato nel fango di cui Almeida Garrett chiede conto: “E io domando agli economisti politici, ai moralisti, se hanno già calcolato il numero di individui che è giocoforza condannare alla miseria, al lavoro spropositato, alla demoralizzazione, all’infanzia, all’ignoranza nella crapula, alla sventura invincibile, alla penuria assoluta, per produrre un ricco…”.

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