Una vita come tante

Una vita come tante
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Sullo sfondo di una New York senza tempo, meravigliosa, incantevole, spettacolare e dei suoi luoghi-simbolo, icone per antonomasia, vive Jude, che è bello e intelligente, ma molto riservato. Troppo. Sono gli anni del college e i suoi amici JB, Malcolm e Willem, che gli sono accanto e gli vogliono bene, cercano di trovare loro stessi e di inseguire i loro sogni, rispettivamente di artista, architetto e attore. Sono diversi ma uniti, sempre attenti al loro speciale amico. A lui, invece, la vita comincia ad apparire sotto forma di ricordo. Questo inizia ad accadergli sempre più di frequente, costantemente, tanto che le scene e i momenti di quel passato che sarebbe meglio dimenticare diventano al contrario di volta in volta più reali ai suoi occhi, come un demone che non vuole abbandonarlo. Altre volte, viceversa, sono vaghi e sfuggenti, e mentre la sua mente geniale diventa adulta, raccoglie i successi dell’avvocatura e coltiva la passione della matematica, e il mondo intorno a lui e ai suoi amici cambia, non muta quello interiore, che è strabordante di fantasmi e mostri sempre più crudeli…

  Finalista al National Book Award e vincitore di una serie di candidature e premi di settore nell’annata 2015, Una vita come tante di Hanya Yanagihara è un romanzo di Dickens del nuovo millennio (ma somiglia pure come mood, al netto delle notevoli differenze, a Preparativi per la prossima vita di Atticus Lish). E non è un paragone iperbolico, perché la struttura, la forma, la costruzione della storia e dei personaggi che migrano intorno alla vita di Jude, hanno tutti il respiro del narratore inglese e in particolare della sua opera forse più nota dopo David Copperfield, ovvero Grandi speranze. Come un moderno Pip che non conosce le sue origini, Jude vaga in un mondo buio e folle che getta su di lui il suo marciume e la sua indifferenza. Sempre come Dickens, il romanzo mescola i toni dell'iperrealismo a quelli della favola: le centinaia di pagine dedicate all’analisi del suo masochismo, del dolore che Jude pratica sul proprio corpo, sono costruite con toni claustrofobici e spesso ridondanti, con lo scopo di portare il lettore dentro quel delirio psicologico utilizzando per questo una scrittura ritmica e avvolgente che nello stesso tempo mostra per contraltare anche gli eventi esterni della sua vita, apparentemente assolutamente vincente (la sua carriera di avvocato e l’amore delle persone che lo circondano da adulto, che però non è sufficiente a placare le conseguenze dei propri ricordi trascinata dall’infanzia). È proprio la memoria a essere colpevole di quel dolore, come un cortocircuito che ogni giorno, ogni attimo non sembra concedergli pace. Non è la sua, però, Una vita come tante, come traduce il titolo italiano ‒ che non rende l’idea, anzi la fuorvia ‒ ma, come difatti nella versione originale, A Little Life, una piccola vita, che, potremmo aggiungere, sembra essere miserabile, un’esistenza che lotta, si brucia alla luce come una falena ma risorge come un’araba fenice e trova la sua ragion d'essere per le persone che lo amano (che sono tante) anche se lui, come tutti quelli che hanno subito e hanno visto quello che lui ha subito e visto (è il secondo romanzo della Yanagihara – nonché secondo in totale – che tratta il tema dell’abuso sessuale: l’altra opera, inedita in Italia, è The people in the trees), non lo crede possibile. E così, per tutto il romanzo Jude sembra un pugile massacrato sul ring dall’avversario di turno tanto quanto da sé stesso, devastato in quel corpo stupendo desiderato dal prossimo o morbosamente o per amore. Ma Jude, ormai tragicamente disilluso e segnato, respinge allo stesso modo sia il bene che il male, perché non ha mai saputo distinguerli. Non si fida più, che è la cosa peggiore di tutte. Mentre intorno a lui tutti gli altri elementi, come in un puzzle, trovano il loro ordine. Perché Jude ha patito l’inimmaginabile e il romanzo di Hanya Yanagihara, in oltre mille ottime e trascinanti pagine, è un vortice narrativo straziante e volutamente soffocante avviluppato su quel dolore e su quel male che Jude fa a sé stesso, espiando per tutta la vita una colpa che non ha, quasi a voler sparire, restare solo essenza, liberarsi di quel corpo che lui, nonostante sia bellissimo, trova disgustoso.



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